Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 05: Racconti del Terrore.


Titolo originale: The Enchanted World 05: Tales of Terror. 1986
Traduzione e adattamento di: Barbara Piccioli.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Storie terribili da raccontare e ascoltare accanto al fuoco. Menomazioni, mostri, creature malvagie; questo e altro ancora per trasformare la monotonia del quotidiano in storie di ordinaria follia.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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1. Il morto vivente della Bretagna.
2. L'implacabile esercito.
3. Nel cuore della Bestia.
4. Messe di orrori.
5. L'ospite dei Goblin.
6. Una morte sospesa.
7. Furie dell'Estremo Nord.
8. Sangue su una Casa Reale.
9. Una Burrascosa Resa dei Conti.
10. La Sposa dello Spettro.
11. Il Bacio del Male.
12. Demoni del Sogno.
13. Il Segreto del Guaritore.
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Fine Indice.
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1. IL MORTO VIVENTE DELLA BRETAGNA.
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I viventi sapevano di non essere i soli a dimorare in Bretagna. Alte pietre collocate a cerchio o allineate da sconosciuti antenati si ergevano a guardia di un paesaggio carico di segreti. Di notte, sulle isole immerse nella nebbia, il carro dell'Ankou, la morte per i Bretoni, percorreva le strade maestre, e in alto, sulle brughiere desolate o nelle regioni boscose dell'Argoat, vagabondavano gli spettri.
In Bretagna, il confine tra il mondo di luce e quello di tenebra era difficile da trovare ma facile da valicare, e gli incontri tra vivi e morti non erano sconosciuti n proibiti, e spesso gli spiriti narravano agli uomini qualche dolorosa vicenda o invocavano il loro aiuto. I vincoli che in vita univano amici o parenti non si scioglievano quando l'Ankou compiva la sua triste missione: le promesse fatte e i debiti contratti prima della morte dovevano essere onorate e pagati. E chi non rispettava la tradizione doveva essere pronto a subire terribili conseguenze. Come ci racconta la storia di Philip e Cado.
Philip e Cado erano cresciuti insieme-insieme avevano trascorso l'infanzia e faticato sui libri di scuola; insieme avevano raggiunto l'et adulta e si erano giurati di restare uniti per sempre. Fecero un patto: chi si fosse sposato per primo avrebbe voluto l'altro come testimone. Un giorno incontrarono Marguerite, ed entrambi se ne innamorarono. Presero a corteggiarla insieme, senza mostrare gelosia o rancore. Toccava a Marguerite decidere chi doveva restare per sempre con lei. E alla fine Marguerite decise.
Quel giorno Philip era lontano da casa, per assolvere un compito che nessun uomo del villaggio aveva accettato, accompagnare al battesimo un bimbo senza padre e dalla madre ritardata. Nuvole nere e gonfie di pioggia avevano oscurato il cielo, e un vento gelido e tagliente sfiniva i tre pellegrini che camminavano lungo il sentiero verso la chiesa di un villaggio vicino, seguiti dagli sguardi cattivi e dai commenti maligni di una piccola folla di paesani. Philip si sent invadere dalla furia per tanta ipocrisia. Raccolse allora da terra un pugno di pietre e con forza lo lanci contro il gruppo, gridando: "A nessun bambino, da qualunque luogo provenga e di qualunque madre sia figlio, deve essere negata la speranza del paradiso!
Andatevene via!". Poi prese in braccio il piccolo e prosegu il cammino, nel silenzio generale. Il battesimo fu celebrato appena in tempo: sulla via del ritorno, sotto una pioggia fitta e fredda, il neonato mor.
Quella sera, al suo ritorno a casa, la madre gli disse che Cado lo aveva cercato. Gli raccont che il suo amico era pallido e sconvolto, e che gli aveva lasciato un messaggio urgente: "Dovete incontrarvi all'alba, alla grande croce sulla collina, dove terminano i due sentieri".
Quando il sole fece capolino dietro l'orizzonte, e la prima luce del mattino irradi la collina, Philip stava gi risalendo il pendio ricoperto di ginestre. All'improvviso ud un suono sordo, come se qualcuno stesse bussando a una porta, ma non c'erano abitazioni nelle vicinanze. Quando Philip arriv sul luogo dell'appuntamento, tutto gli fu per chiaro. La violenta luce dell'alba scolpiva la grande croce in un paesaggio spettrale. Philip serr le palpebre e riusc a malapena a distinguere una figura in ombra che oscillava, come un macabro pendolo, appesa al braccio orizzontale della croce. Gli occhi sbarrati di Cado fissavano con terrore il vuoto, la lingua nera fuorusciva dalle labbra livide.
Il grido di orrore di Philip inond la valle. Il ragazzo corse a perdifiato gi per la collina, fino a che, stremato, raggiunse la casa di Marguerite. ??? appena Marguerite seppe la notizia cominci a strapparsi convulsamente i capelli e a graffiarsi il viso, semisoffocata da singhiozzi incontrollabili.
"Era Cado" ansim infine Philip, disperato. "Era Cado che amavi". Marguerite taceva e piangeva in silenzio.
"No, non era Cado" disse calma una voce di donna dietro di lui. Seduta accanto al fuoco, la madre di Marguerite si alz e si avvicin alla figlia, stringendola al proprio petto. "Non era Cado, sei tu". Philip trasal. "Ieri mattina" prosegu "Marguerite si  incontrata con Cado, e gli ha detto di aver scelto te. Ecco perch il tuo amico si  impiccato". Philip strinse gli occhi, mentre felicit e disperazione lo assalivano.
Marguerite e Philip si sposarono. In segno di rispetto per Cado, decisero che alla festa di matrimonio non si sarebbe danzato. Come voleva la consuetudine del villaggio, il corpo del suicida non venne rimosso, e ci che restava di Cado, una massa nera in putrefazione, continuava a penzolare al braccio orizzontale della grande croce sulla collina.
Philip non dimentic la promessa fatta all'amico tanti anni prima. Sapeva che l'anima di Cado non avrebbe avuto pace se lui non avesse prestato fede, anche solo simbolicamente, alla parola data. Lasci a valle il cavallo e sal il triste pendio fino al macabro scenario della grande croce. Uno stormo di corvi neri si lev dal corpo putrefatto di Cado, in un lugubre concerto di versi striduli e di frullare d'ali. Grigie nuvole basse avvolgevano la vetta del colle come un enorme sudario. Philip si avvicin all'amico, che sembrava fissarlo dalle sue orbite vuote. "Il posto di testimone ti attende al banchetto nuziale" si sforz di dire. Durante la discesa, vide che i corvi avevano ripreso il loro banchetto.
Il giorno del matrimonio, gli ospiti giunsero numerosi da tutto il distretto. Era un pomeriggio caldo e pieno di sole, e si respirava una contagiosa aria di festa. Il sidro fresco e dorato scorreva a fiumi, e l'ebbrezza coinvolse tutti gli invitati, che
brindarono sinceri alla felicit della nuova coppia. Philip sollev la coppa. "Brindo alla nostra e alla vostra felicit" esclam. Poi, stringendo la coppa tra le sue mani e quelle della sposa, sussurr: "Ti amo, Marguerite". Marguerite sorrise teneramente. "Anch'io ti amo, Philip".
"Anch'io ti amo, Marguerite". La voce rauca e cavernosa raggel tutti gli invitati, che d'istinto si voltarono. Sulla soglia, ben dritto in piedi, stava il corpo putrefatto di Cado. Il suo volto dilaniato era tirato in un ghigno beffardo. La coppa del brindisi sfugg dalle mani di Philip e si frantum a terra. Marguerite rimase immobile, paralizzata. Il sole era improvvisamente scomparso, e un cielo livido e cupo e un vento bollente soffocarono l'aria tutt'intorno, appestandola con miasmi putridi.
Lo spettro scoppi in una risata atroce: "Ho forse interrotto la festa? Sono venuto per te, mio caro amico. Allora, amico mio, dov' il mio posto d'onore? Portatemi una coppa, voglio brindare al mio amico pi caro!". Philip non riusciva a muoversi.
Lo spettro di Cado strisci tra i presenti, fino a Marguerite. Esegu la parodia di un inchino. "Vuoi concedermi questo ballo, mia splendida sposa?". Il viso di Marguerite sbianc. "Allora, mia dolce e candida fanciulla, non vuoi concedere almeno un ballo all'uomo che hai rifiutato?".
"Ho" intervenne con coraggio Philip. Si frappose tra lo spettro e Marguerite. "Ho, oggi le danze sono vietate, in segno di rispetto per la morte del mio amico Cado, la cui memoria tu cerchi ora di infangare".
Lo spettro gett indietro la testa, ridendo. "Io sono Cado, amico mio". Poi si chin sul tavolo, strinse una coppa di sidro e la bevve d'un fiato. Rutt, e con un gesto rapidissimo tir a s Marguerite e avvicin le sue labbra marce a quelle candide della sposa, per baciarla. Marguerite tent di scostare il proprio volto per sfuggire a quell'alito pestilenziale, ma la stretta era troppo forte.
Per la prima volta nella sua vita, Philip alz il pugno contro l'amico. Si avvent su di lui, ma le mani afferrarono solo l'aria. Avvert una presenza dietro la nuca; lo spettro si era portato alle sue spalle e gli sussurrava con odio all'orecchio: "Se non vuoi che il tuo matrimonio sia rovinato per sempre, amico mio, ti consiglio di venire alla grande croce a mezzanotte. Ti attender con impazienza". Poi, cos come era apparso, scomparve. Philip si morse il labbro inferiore fino a farlo sanguinare, e abbass gli occhi, accettando il proprio destino.
Accompagn la moglie nella nuova casa, poi si allontan, verso la grande croce. La pallida luce della luna lo guid alla collina. L'ombra della grande croce si allungava su tutto il paesaggio nel silenzio immobile della notte. Aveva appena raggiunto la cima del pendio, quando si sent chiamare per nome.
"Philip!" ripet la voce dietro di lui. Il giovane si volt. Un cavaliere vestito di una bianca armatura avanzava verso di lui.
"Chi siete?" domand Philip. "Come fate a conoscere il mio nome?".
"Salute a te, valido Philip" rispose il cavaliere.
"Salute a voi, nobile cavaliere. Vogliate per scusarmi, ma sono certo di non conoscervi".
Il cavaliere sorrise. "Io invece ti conosco molto bene, Philip, e conosco il motivo che ti spinge alla grande croce a quest'ora 
di notte. Sali sul mio cavallo, ti accompagner". Pur sconcertato, Philip obbed. Si fermarono a breve distanza dalla grande croce e dal suo macabro spettacolo.
Philip scese da cavallo. "Avvicinati al corpo" gli sussurr il cavaliere bianco "e afferra senza esitazione con la tua mano destra lo scheletro per il
piede destro. Chiedi poi a Cado che cosa vuole da te".
Come ipnotizzato, Philip fece quanto gli era stato suggerito dal cavaliere. Si avvicin allo scheletro e strinse nella sua mano destra lo scricchiolante
piede del morto. "Cosa vuoi da me?" chiese poi, con un filo di voce.
 Lo scheletro cominci ad agitarsi violentemente. Philip venne scaraventato indietro, nell'erba. Lo scheletro sembrava in preda a un attacco epilettico:
scalciava, tremava, si contorceva.
 Poi un urlo straziante si lev dalla terra, come erompesse da un vulcano sotterraneo. Era la voce di Cado, carica di tutto l'orrore di un'anima senza
pace. "Vattene da qui, maledetto!" grid in direzione del cavaliere. "L'anima di Philip  mia! Anche Marguerite deve essere mia, mia, mia!". La terra sembrava
stesse per esplodere, e bagliori elettrici solcarono il cielo nero. D'improvviso, tutto tacque. La terra si plac, le stelle ricomparvero in cielo e appeso
alla grande croce lo scheletro appariva quasi quieto, debolmente illuminato dalla luna.
 Ancora frastornato, Philip torn dal cavaliere, che lo aiut a rimontare a cavallo. "Cado non pu pi farti niente, ora" gli disse. Philip annu. In
silenzio ridiscesero la collina. Giunti a valle, Philip smont da cavallo e si accomiat dal cavaliere bianco. "Vi ringrazio per tutto quello che avete
fatto per me" gli disse. Il cavaliere alz la mano guantata per interromperlo. "Non devi ringraziarmi. Ti ho solo restituito un favore".
 Philip non capiva e lo guardava stupito. "Quale favore?" chiese.
"Tu hai salvato un'anima".
 "Vi confondete, cavaliere, io non ho mai salvato nessuno.
Non sono riuscito neppure a salvare il mio migliore amico".
 "Ti sbagli, Philip. Tu hai salvato l'anima di un bimbo innocente. Sei riuscito a portarlo al battesimo. Sono io che ti devo ringraziare".
 Il cavaliere sconosciuto sollev la visiera e un trionfo di luce gli irradi il volto. Quindi, spronando il cavallo, scomparve. Solo in quel momento
Philip sent la paura scivolare via e serenit e amore inondargli il cuore. Colmo di gioia, si avvi verso casa, dalla sua amata sposa Marguerite.
Non sempre per gli spettri tornavano per vendicarsi, a volte si affidavano alla misericordia dei vivi, come avviene nella prossima storia.
Era una notte di dicembre dell'inverno pi rigido che quella regione avesse mai conosciuto, e Marie-Job si guadagnava i pochi soldi che le servivano per vivere facendo la carrettiera. Si vociferava che Marie-Job fosse una strega. Si sussurrava che conoscesse le arti magiche e che avesse il dono di prevedere i pericoli ascoltando il vento. A Marie-Job la notte non faceva paura. Mentre gli abitanti del villaggio si rannicchiavano vicino al fuoco o si agitavano nei loro letti, inquieti e tormentati da brutti sogni, lei percorreva tranquilla la strada maestra che collegava l'isola su cui viveva alla terraferma, a bordo del malconcio carretto trainato dal vecchio cavallo Mogis. La costa dell'isola era il rifugio di contrabbandieri e furfanti d'ogni risma, di uomini che non esitavano a uccidere chiunque avesse la sventura di incontrarli lungo la strada. Ma anche quei malvagi temevano Marie-Job.
Era abitudine di Marie-Job raggiungere ogni gioved la terraferma per ritirare la merce destinata all'emporio del villaggio. Quel gioved, tuttavia, il tempo era cos inclemente che la donna pens di rinunciare al suo abituale viaggio. Riteneva infatti che Mogis non avrebbe retto alle sfiancanti intemperie di quella giornata.
Non appena la padrona dell'emporio venne a conoscenza delle intenzioni di Marie-Job, si precipit da lei.
"Non puoi abbandonarmi, Marie-Job" la implor. "Il venerd  il giorno di paga dei cavapietre dell'isola e domani a mezzogiorno almeno duecento di loro invaderanno il mio negozio per spendere molti soldi. Devi aiutarmi".
"Non so quanto sia prudente. Il mio cavallo potrebbe anche non farcela, questa volta".
"Ascoltami, Marie-Job. Se quei cavapietre non troveranno quello che vogliono, non esiteranno a sfasciarmi il negozio. Solo tu puoi aiutarmi". La donna scoppi in lacrime.
"Va bene, va bene. Asciugatevi gli occhi, signora, ci penser io". Sospirando, Marie-Job indoss lo scialle e i guanti, usc di casa e and a mettere le briglie a Mogis. Mentre preparava il cavallo per il viaggio, avvert qualcosa di strano nel vento, come un presagio. Tent inutilmente di scacciare quel pensiero.
Il viaggio fu il pi freddo che la donna avesse mai affrontato, ma non accadde nulla di strano. Fece i suoi acquisti e prima di sera era di ritorno sull'isola, in tempo per raggiungere l'emporio del villaggio. Quando arriv alla locanda, il tempo si era fatto ancora pi tempestoso. La padrona del negozio l'aiut a scaricare la merce e, a lavoro finito, la esort a trascorrere l la notte. Marie-Job rifiut: "Vi ringrazio molto, signora" disse "ma preferisco tornarmene a casa mia, per dare a Mogis la sua giusta razione di avena". Attacc Mogis al carro e si accomiat dalla locandiera avviandosi lungo il sentiero buio. Mogis conosceva la strada di casa bene quanto la sua padrona. Cullata dal morbido trottare del cavallo e intorpidita dall'aria gelida, Marie-Job si assop.
Un sussulto la svegli. Mogis si era impennato nitrendo, come impazzito all'improvviso. Ricadde poi sulle quattro zampe
e rest immobile. "Che cosa ti succede, Mogis?" domand allarmata Marie-Job, e prov a esortare l'animale colpendo con il frustino i suoi fianchi ossuti, ma Mogis rimase ostinatamente fermo.
Rassegnata, la donna scese dal carro per cercare di capire che cosa avesse bloccato il cavallo. Scrut nel buio, ma non vide nulla. Eppure intuiva che qualcosa di strano si celava nel buio, qualcosa che impediva a Mogis di riprendere la strada di casa, qualcosa che non apparteneva alla realt visibile. Me era certa.
Prese allora la frusta e con il manico tracci sul sentiero il segno di una rudimentale croce. Poi chiese: "Chi sei?". Le rispose il silenzio. "Chi sei?" ripet. Silenzio. "Ti ordino di mostrarti!".
"Sono qui, aiutatemi". La voce debole e affannata usciva dal fossato che correva lungo la strada. Marie-Job vi scov un ometto vecchio e avvizzito che se ne stava accovacciato nell'erba. Aiut il vecchio a rimettersi in piedi e lui rimase di fronte a lei, tremante, gli occhi fissi sulla strada, quasi congelato dal freddo.
"Che fate qui, signore?" domand Marie-Job "Come mai avete spaventato il mio cavallo?".
"Non io, signora, ma il bagaglio che porto con me".
"Quale bagaglio?" chiese incuriosita Marie-Job. "Non vedo altri che noi due, il mio carro e il mio cavallo lungo la strada".
"Vi sbagliate, signora. Anche se voi non lo vedete, il mio carico  proprio l, davanti al vostro carro".
Marie-Job tacque e riflett. Non intendeva certo restare ferma in quel posto per tutta la notte. "Facciamo cos" disse alla fine "salite sul mio carro, cos potremo riprendere il viaggio insieme".
"Non potete sapere quanto vi sono grato, signora. Speravo in questa proposta. Non mi  concesso chiedere aiuto, ma solo accettarlo se mi viene offerto".
Marie-Job ignor l'incomprensibile discorso del vecchio e lo aiut a salire. Nonostante la fragile apparenza, occorse tutta la forza della donna per issare l'ometto sul carro, e quando le si sedette accanto, Marie-Job not che il sedile si era pericolosamente piegato sotto il suo peso. Eppure, il suo nuovo compagno di viaggio sembrava pesare meno di una piuma. Stupita, Marie-Job schiocc la frusta e Mogis riprese la strada.
"Dove state andando?" Chiese poco dopo al vecchio.
"Vado dove andate voi" fu la secca risposta.
Proseguirono in silenzio lungo la strada. Raggiunsero infine il punto in cui il sentiero si biforcava. Marie-Job si volt verso il vecchio. "E adesso, dove volete andare?".
"Al cimitero". La richiesta del vecchio la lasci senza fiato. "Voi dovete essere completamente impazzito" reag "se pensate che io abbia intenzione di accompagnarvi al cimitero a quest'ora di notte!".
"Io devo andare al cimitero" fu la semplice replica del vecchio. Marie-Job era sul punto di infuriarsi, ma un brusco strattone delle briglie la fren: Mogis aveva imboccato il sentiero diretto al cimitero. Non riusc a fermarlo.
Il cancello del cimitero era spalancato. "Vedete? Siamo attesi" comment il vecchio che, con inaspettata agilit, subito balz a terra. Marie-Job raccolse in fretta le redini e spron il cavallo per fuggire il pi rapidamente possibile. "Restate!" le ordin il vecchio. Mogis si
blocc sulle zampe, incurante degli incitamenti della padrona. Marie Job salt gi dal carro e con il manico della frusta disegn frenetici simboli magici sul terreno. "Non potete andarvene" le disse tranquillo il vecchio. "Mi avete offerto spontaneamente il vostro aiuto, e ora siete legata a me. Se ve ne andrete, il peso che mi grava sulle spalle vi schiaccer per l'eternit".
"Cos mi ringraziate per l'aiuto che vi ho dato!".
"Non preoccupatevi, il nostro lavoro  quasi finito". Il vecchio si interruppe, come a riprendere fiato dopo una corsa spossante. Con un filo di voce sussurr: "Sto cercando una tomba".
"Quale tomba?" domand Marie-Job, rassegnata.
"La tomba dei Pasquiou". Marie-Job prov un brivido sentendo pronunciare quel nome. La famiglia Pasquiou era stata la pi facoltosa dell'isola, e la pi sfortunata. Appena un mese prima, infatti, lei stessa aveva partecipato al funerale dell'ultimo componente. Guid il vecchio alla tomba, mentre questi la seguiva trascinandosi sul terreno, schiacciato dal suo misterioso carico.
"Eccola" disse Marie-Job indicando la lapide che spuntava dalla terra nera. Non appena la vide il vecchio si gett a terra, prostrandosi.
La luna si oscur, e il nero della terra si mescol al nero del cielo. Il suolo intorno alla lapide cominci a sollevarsi e abbassarsi convulsamente, come enormi polmoni in debito di ossigeno, poi si spacc, come risucchiato dentro una voragine. La bara affior in quel buio irreale e con uno strappo violento si scoperchi. Marie-Job annasp all'indietro, come per sfuggire a quell'incubo, ma inciamp e si ritrov con la faccia a terra, incapace di rialzarsi. Le sue narici furono invase da un fetore di decomposizione cos forte che le sembr di inghiottire vermi marci e carne putrefatta. Cerc di artigliare la terra, per scampare a quell'orrore, ma il panico la schiacciava al suolo.
Qualcosa di pesante cadde con un tonfo sordo nella fossa, come un tuffo in un mare di sangue. Dalla tomba fuoruscivano liquidi melmosi, che si spargevano tutt'intorno. Marie-Job riusc a rialzarsi. Tremando si fece il segno della croce e bisbigli disordinate benedizioni per le anime dei morti.
Una mano le afferr la spalla. Marie-Job lanci un grido. "Non temere": era la voce del vecchio. "Sei qui per noi. Sei qui per le anime senza pace". Un fragoroso boato deton nel cielo e un fulmine saett nel buio, illuminando il volto del vecchio: al posto degli occhi aveva orbite vuote, e tutto ci che restava del suo naso era una lunga cavit scura. Il vecchio si era trasformato in un teschio. Marie-Job cerc di divincolarsi, ma il vecchio serr la stretta. "Calmati Marie-Job" le disse. "Non avere paura".
"Come sapete il mio nome?" chiese la donna, quasi supplichevole.
"Ascolta la storia che ho da raccontarti, Marie-Job".
La donna si lasci cadere a terra, sfinita. Il vecchio prosegu. "Molto tempo fa, quando la Francia era sconvolta da guerre infinite, combattevano insieme due soldati, amici inseparabili. Uno di loro si chiamava Patrice Pasquiou. Patrice rimase ferito a morte durante una battaglia, e prima di morire don tutto il suo denaro all'amico in cambio di una solenne promessa: una
dignitosa sepoltura nella tomba di famiglia. Non appena la guerra fosse finita, voleva che l'amico prendesse le sue ossa e desse loro il riposo eterno in Bretagna. L'amico non mantenne fede alla parola data: Patrice venne sepolto in una fossa comune. Alla fine della guerra, con i soldi di Patrice l'amico acquist una fattoria, si spos, ebbe dei figli, condusse una vita tranquilla, e mor vecchio nel proprio letto.
Il suo corpo era ancora caldo quando una forza oscura cominci a tormentarlo, scacciandolo dal cimitero dove era sepolto. Non gli sarebbe stato permesso di riposare in pace fino a quando non avesse onorato la promessa fatta a Patrice: doveva ritrovare  resti di Patrice e riportarli alla sua dimora eterna. Poich l'uomo non aveva rispettato la parola data, il suo peregrinare sarebbe stato particolarmente tormentoso. Non poteva viaggiare tra la mezzanotte e il canto del gallo, e una notte ogni due avrebbe dovuto camminare all'indietro, ritardando sempre pi la fine delle proprie pene. Da lungo tempo quello spirito vaga senza pace, e solo grazie a te ora pu saldare quel debito".
"Ma allora..." Marie-Job cap cosa il vecchio le stava dicendo.
"S, Marie-Job, io sono lo spirito dannato, e il fardello che mi grava sulle spalle sono le ossa di Patrice, che ora possono trovare finalmente pace".
Il vecchio sembr all'improvviso svuotato, come se si fosse liberato di un peso eterno. Arranc verso la bara aperta e vi rovesci dentro il suo carico invisibile. Poi cadde sulle ginocchia. Alz gli occhi verso il cielo nero. Una tempesta di lampi e fulmini illuminava a giorno il cimitero. Grid al vuoto: "Ho pagato il mio debito, Patrice!". Gli rispose l'ululio del vento. Una raffica lo scaravent vicino alla lapide dei Pasquiou. "Riposa in pace, amico mio!". Dopo aver pronunciato queste parole, si afflosci a terra, come un sacco. "E concedi anche a me un po' di riposo" riusc ancora a dire, con un filo di voce.
Una voragine si spalanc vicino alla tomba dei Pasquiou. Il ventre della terra sembrava pronto ad accogliere lo spirito del vecchio. L'ombra di un sorriso sembr disegnarsi sul teschio dello spettro.
"Grazie, Patrice" disse. Si volt verso Marie-Job che, qualche metro pi in l, osservava impotente la scena. "E grazie anche a te, Marie-Job, per quello che hai fatto. Anche per te  giunto il momento di lasciare questo mondo, ma non devi aver paura". Furono le ultime parole che pronunci. Poi si abbandon al sepolcro che si era aperto per lui. Entrambe le tombe si richiusero, e tutto intorno dominarono di nuovo il silenzio e il freddo di una delle pi gelide notti della Bretagna. Marie-Job ritorn lentamente al suo cavallo, sal sul carro e si avvi verso casa.
Il giorno dopo, Marie-Job mor. Riusc a chiamare un sacerdote e a sistemare i propri affari terreni, e la sua anima liberata dal peso delle cose si lev infine alta nel cielo. Mogis non riusc a sopportare la scomparsa della sua padrona. Poche ore dopo, i vicini trovarono il cavallo sdraiato tra la paglia della stalla, addormentato per sempre. Se qualcuno per avesse alzato gli occhi e fatto attenzione alle forme bizzarre che le nuvole componevano nel cielo, avrebbe forse notato uno splendido destriero bianco montato da una donna dal volto radioso di luce galoppare nell'azzurro, e li avrebbe visti felici.


2. UN IMPLACABILE ESERCITO.

Durante il Medioevo, dopo alcuni anni di raccolti insufficienti al fabbisogno della popolazione, una terribile carestia si abbatt sulla Germania, ghermendo implacabile bambini, vecchi e infermi. Anche gli animali erano affamati e schiere di ratti abbandonavano i granai vuoti vagando per la campagna in cerca di cibo. I feudi abitualmente prosperi della valle del Reno vissero l'inverno pi rigido di tutti i tempi. L'estate era stata calda e luminosa e a fine luglio gli steli si erano curvati sotto il peso delle spighe mature. A meno di un mese dalla mietitura, per, piogge violente avevano colpito le valli dorate, frustando i campi e svellendo le spighe. E lo spettro della fame aveva cominciato a incombere sul paese.
La carestia fu particolarmente inesorabile nella citt di Bingen, sulle rive del Reno. Disperati, gli abitanti volsero il pensiero alla loro unica speranza di salvezza: i magazzini ben forniti del loro signore, il ricco e avaro vescovo Hatto di Mainz. Di sicuro, pensarono, egli non avrebbe continuato a fare incetta di grano mentre la sua gente moriva di fame.
Si sbagliavano. La loro richiesta di aiuto venne accolta da un significativo silenzio. Poi, un giorno, si present al villaggio un messaggero. Lesse un proclama di Hatto di Mainz: tutti coloro che avevano fame dovevano riunirsi nel granaio del vescovo quel pomeriggio stesso.
All'ora stabilita, una folla denutrita si accalc fuori del deposito. Guardiani dal volto imperscrutabile spalancarono le pesanti porte di legno. Tutti si precipitarono dentro ma scoprirono subito che il granaio era completamente vuoto. Un coro di disappunto si lev dalla folla.
All'improvviso tutto divent nero. Con un tonfo, le pesanti porte del granaio si chiusero. Alcuni cercarono di forzarle, ma senza successo: erano state saldamente sbarrate. La collera si tramut in paura.
Poi i rinchiusi avvertirono un rumore: il crepitare di fiamme di rami secchi bruciati. Un fumo denso e acre satur il granaio, stringendo la gola dei prigionieri, che cominciarono a dibattersi e a correre all'impazzata, gridando in preda al panico. Ben presto il fuoco dilag dappertutto, e le grida di terrore si tramutarono in strazianti urla di agonia. Mani disperate graffiavano porte e pareti bollenti, ma era tutto inutile.
nel fuoco si consumava la loro fine.
Da una finestra del palazzo, il vescovo osservava la scena, estasiato dal rosso fulgore del fuoco che compiva la sua opera, fino a quando l'ultima trave in fiamme non si stacc dal soffitto a volta e del granaio non rimase che un cumulo di macerie annerite. "Si sarebbero gettati sul grano come topi, e come topi si sono meritati di morire" disse con voce atona a uno dei suoi uomini. "Mi  venuta fame, ora" prosegu, "Preparatemi la cena".
Il mattino seguente, Hatto di Mainz si rec nell'ampio salone del palazzo per riguardare i conti relativi alle sue propriet e calcolare le tasse e le decime che gli spettavano dai sudditi.
Entrando, percep qualcosa con la coda dell'occhio che lo indusse a fermarsi. Si volt. Sulle pareti correva la fila di ritratti di tutti gli arcivescovi di Mainz. Si accorse per che il suo era stato strappato dalla cornice. Ne restava solo un brandello di tela dolcemente agitato dalla frizzante brezza mattutina. Il vescovo ebbe un fremito di collera. Proprio in quell'istante, tre topi guizzarono gi dalla cornice e guadagnarono la porta. Il vescovo stava osservando disgustato la scena quando entr un servo. "Sua Eccellenza" disse con tono concitato "vi porto cattive notizie".
"Cosa succede?" chiese, assumendo un atteggiamento altero.
"Durante la notte i magazzini sono stati saccheggiati e tutto il grano  sparito". Un altro servo entr nel salone. Il vescovo si rivolse a lui in tono severo. "Voi, perch mi disturbate, cosa sta succedendo ancora?"
"Sua Eccellenza, siamo invasi dai topi. Sono milioni!". La voce del servo aveva assunto un tono isterico. "Vengono dalla campagna e si stanno riversando in citt".
Hatto di Mainz raggiunse la finestra pi vicina, mascherando il tremore alle gambe. Era vero. I campi e le terre circostanti la citt, i suoi campi, le sue terre, brulicavano di viscide creature scure. Gi migliaia di ratti stavano risalendo la collina che conduceva al palazzo, dilagando tutt'intorno, affollando muri e siepi e divorando come un'ombra affamata il sentiero. Poteva distinguere i condottieri di quel disgustoso esercito: sciamavano per le strade della citt saltellando inarrestabili. I loro striduli
squittii trafissero come lame d'acciaio i timpani del vescovo.
Per un attimo, Hatto di Mainz rest immobile, come ipnotizzato, poi, cinereo in volto, fugg rapido attraverso corridoi scuri e strette scalinate fino a un passaggio segreto che sbucava all'esterno passando sotto i bastioni del palazzo. 
Quando fu fuori, segu un sentiero che lo portava al Reno. Giunto alla riva abbai un ordine a uno stupefatto barcaiolo e poco dopo era gi a bordo della
barca diretto all'isolotto che spuntava al centro del fiume.
Salt gi dalla barca prima chequesta toccasse terra e si inerpic tra le rocce, verso un'antica torre di pietra che troneggiava in cima all'altura e
che in tempi pi felici era stata la sua residenza estiva. Si
gett dentro la torre, sbarrando la porta alle sue spalle; sal velocemente i gradini che lo conducevano nella stanza pi alta della torre, e si accasci ansimante sul letto, per riprendere fiato e rimettere ordine ai propri pensieri.
Il riposo non venne. Orribili squittii continuavano a martellargli il cervello. Si dest dal sonno inquieto accorgendosi di non stare sognando. I versi erano sempre pi forti. Si costrinse a raggiungere una finestra e di guardare di sotto: un oceano di enormi topi sciamava dal palazzo fino al fiume, lo guadava e in un tempo rapidissimo risaliva la collina, verso di lui. Una massa nera e pulsante si radun ai piedi della torre. Il volto del vescovo si irrigid: alcuni topi avevano cominciato ad arrampicarsi lungo le ripide pareti di pietra del suo rifugio. Ben presto tutti i ratti cominciarono la salita, avvolgendo la torre in un mantello nero e peloso.
Il vescovo indietreggi, e si lasci cadere sulle ginocchia. Non aveva scampo. Con gesto istintivo, le sue mani afferrarono dalle tasche il rosario, e le sue labbra presero a mormorare preghiere dimenticate. I topi inondarono la stanza strillando sempre pi forte. Circondarono il letto del vescovo, zampettarono sul pavimento e sulle pareti, invasero il soffitto. Sudici musi rosa fremevano, occhi avidi di carne lo fissavano.
Hatto di Mainz rimase immobile al centro della stanza. Le bestie lo circondavano da tutte le parti. I loro musi erano cos vicini che il vescovo sent i loro baffi sfiorargli le guance e il loro fiato alitargli sul collo un tanfo di morte.
Uno dei topi gli salt sul viso. Con un gesto disperato, il vescovo lo scacci via. Come rispondendo a un silenzioso segnale, tutti i topi gli furono addosso, soffocandolo sotto una viscida coperta nera. La massa informe continu ad agitarsi per qualche minuto, tra le grida agghiaccianti del vescovo e il rumore di carne che veniva strappata e di denti che spolpavano e di sangue che zampillava.
Quando i servi lo ritrovarono, sul corpo del vescovo non era rimasto un solo brandello di carne. Anche dei topi non vi era alcuna traccia.
Erano scomparsi come erano arrivati, ma questa volta erano sazi.


3. NEL CUORE DELLA BESTIA.

I cantastorie ebrei dell'Europa orientale narrano di un'epoca oscura nella storia della Polonia, un'epoca in cui eserciti stranieri distrussero il paese, bande di assassini devastarono i villaggi pi poveri stuprando le donne e massacrando gli uomini, e il colera decim i sopravvissuti.
Per una crudele coincidenza, il clima raggiunse asprezze mai conosciute prima, con estati senza sole, disastrose tempeste autunnali e inverni cos gelidi da rovinare ogni cosa. I saggi dicevano che fosse Satana in persona ad aver stretto la terra in una morsa d'acciaio, impedendo alla luce di affiorare dalle tenebre. Ma il Signore della Notte non era soddisfatto di tanto dolore. A volte si avvicinava ancora di pi al suolo polacco e camminava sulla terra seminando orrore e morte. Un giorno per venne sfidato da un ragazzo che possedeva poteri divini e l'innocenza pi pura del mondo. Il suo nome era Israel. Israel era orfano, e si guadagnava da vivere accompagnando i bambini alla scuola adiacente la sinagoga. Dopo la scuola, il giovane Israel li guidava in lunghe escursioni tra i boschi, per scoprire nidi pieni di uova, ammirare le farfalle, raccogliere funghi e assaggiare i frutti della foresta. Israel spiegava che gli alberi, le piante e i fiori selvatici non erano meno divini delle Sacre Scritture. Mentre vagabondavano per i boschi, Israel intratteneva i suoi piccoli amici con racconti e indovinelli e insegnava loro le uniche canzoni che conosceva, gli inni di lode. I genitori si preoccuparono di quelle escursioni: non capivano che le intenzioni di Israel erano pi che oneste.
Una sera, quando il giovane riaccompagn i bambini alle loro case, alcune madri si raccolsero intorno a lui e lo affrontarono preoccupate. "Perch porti i nostri figli nei boschi dopo la scuola invece di accompagnarli a casa?
Sappiamo perch lo fai, Israel: vuoi corromperli!".
"Credete che sia davvero cos?" replic con forza Israel. "E allora perch non guardate il colore roseo sulle guance dei vostri figli e i loro occhi che sono tornati a brillare da quando passeggiano nei boschi. Io non so che cosa si dica sul mio conto, ma vi assicuro, nel nome di Dio, che non voglio altro che il bene dei vostri figli". Mentre pronunciava queste parole, le donne si accorsero che il corpo d Israel era come circondato da un'aura magica. Furono certe che Israel stesse dicendo la verit.
Il bosco, per, nascondeva un pericolo. Nel cuore della foresta viveva infatti un vecchio tagliaboschi affetto da una strana malattia. Ogni notte, i demoni possedevano il suo corpo, tramutandolo in lupo mannaro. Costretto dagli spiriti maligni, quel pover'uomo si trovava a camminare carponi, a ululare come un lupo e a cacciare le piccole creature del bosco per tagliare loro la gola.
Il tagliaboschi era un uomo mite e, stremato da quelle possessioni, aveva deciso di isolarsi dagli altri esseri umani. I canti di Israel e dei bambini durante le loro passeggiate nella foresta avevano un poco attenuato il suo dolore, e i demoni che lo perseguitavano cominciarono a odiare quelle canzoni sacre intonate da quelle dolci creature.
Si rivolsero allora a Satana. Il Signore del Male, intuendo la minaccia, decise di salire dal suo regno di tenebra per schiacciare di persona quell'insolente giovane santo.
A mezzanotte, mentre il tagliaboschi gemeva e si contorceva in preda a incubi atroci e il suo corpo mutava in quello di lupo, Satana entr in lui, strapp il suo cuore inquieto e lo sostitu con il proprio. Il mattino dopo, quando il sole sorse, il lupo mannaro ringhiava ancora.
Alcune ore pi tardi, Israel accompagn i suoi giovani amici nella foresta per raccogliere le bacche e percep qualcosa di strano. Nessun canto di uccello, non un alito di vento che muovesse le foglie o i rami degli alberi. Israel ascolt il silenzio, pensieroso, fino a quando le risate dei bambini non riempirono di gioia quel vuoto preoccupante.
Avevano trovato dei cespugli carichi di bacche ed erano tutti impegnati a riempirsi la bocca e le tasche di quei dolci e gustosi frutti rossi.
All'improvviso, un rombo squarci il silenzio della foresta. Le foglie vibrarono e molte di esse si staccarono dai rami degli alberi e caddero a terra, come una testa mozzata. Il lupo mannaro emerse dal nero del bosco. Spalanc le fauci in un verso agghiacciante, disumano. Fili di bava colavano dalla sua bocca affamata. I bambini urlarono di paura e cominciarono a fuggire, disperdendosi da ogni parte. La belva balz in avanti e a ogni balzo si ingrandiva, fino a oscurare con la sua ombra il cielo e la terra.
Israel rimase dov'era. La belva gli si fece sotto. Il suo fiato puzzava del sangue dei morti di tutte le guerre, del fetore stantio e del putridume della violenza e del peccato. Balenavano nei suoi occhi malvagi scene di massacri, predoni che strappavano i feti dal corpo delle madri, neonati sventrati dalle baionette. Israel recit le preghiere. Le sacre parole si materializzarono nell'aria e si scagliarono contro la bestia, ma scivolarono come acqua sul vetro al contatto con il suo possente corpo. Allora il giovane prese a cantare uno degli inni che aveva insegnato ai bambini. Con un lamento infernale, il lupo mannaro spalanc le fauci, vaste come i cancelli dell'inferno, e mostr gli enormi canini, da cui penzolava bava gelatinosa. Si avvent su Israel, e lo inghiott.
Israel ruzzol nelle viscere della bestia. Si ritrov in un luogo buio, dove lo spazio e il tempo non avevano pi senso. Naufrag tra geometrie impazzite nelle infernali budella del mostro. Strisci alla cieca in corridoi organici, tra liquidi vischiosi e melme putride. Scorse qualcosa in fondo al buio, una luce rossa e intermittente e ud un pulsare sempre pi intenso. Avanz verso quella debole luce, attratto da essa come una falena da una lanterna. Giunse in un'enorme caverna di ossa piena di sangue. Sospese su quel lago rosso, arterie e vene formavano un intreccio di rami viventi.
Si aggrapp a uno di essi, e rimase sospeso nel vuoto, surreale acrobata in una foresta di carne.
Poi vide il cuore. Pulsava al centro della grotta come un sole al centro di una galassia. Non era il cuore del lupo, e non era neppure il cuore del tagliaboschi. Era il cuore di tutto il male del mondo. Con coraggio, Israel si lasci cadere nel sangue, e il liquido denso e melmoso gli arriv fino alla vita.
Avanz con fatica fino al cuore e lo tocc; lo sent freddo sotto le sue dita. Lo stacc dal suo trono di sangue e lo accost all'orecchio per ascoltarne il battito. Percep, nelle profondit di quel cuore malvagio, qualcosa di fragile: un sussulto di sofferenza, un gemito di angoscia. Israel cap che perfino nel cuore stesso del male si nascondeva paura e sofferenza, e che nessuno spirito maligno, nessun demone, era invulnerabile.
Con delicatezza, il ragazzo premette le dita sul cuore fino a fermarlo; poi, tenendolo stretto tra le mani, strisci attraverso i cunicoli oscuri del corpo del mostro e usc dalle fauci ormai inerti del lupo alla luce del mattino. Non appena fu fuori, la terra trem e uno squassante tuono sfond il cielo.
Una crepa si spalanc all'improvviso sotto i suoi piedi: il cuore gli scivol di mano e venne risucchiato nell'abisso.
Poi finalmente la terra si richiuse.
Israel rimase in piedi vicino al corpo della creatura. Di quello che era stato un lupo mannaro, un mostro con zanne, pelo irto e artigli feroci, rimaneva solo il vecchio, gentile tagliaboschi, con il volto che mostrava i segni della morte.
Giaceva immobile e sorridente, un'espressione piena di pace e santit.
Israel estrasse di tasca il suo scialle da preghiera, a righe bianche e azzurre. Lo pos sulle spalle e inton le sacre parole del kaddish, l'antico lamento funebre ebraico.
Quando ebbe concluso il rito, si volt e si accorse che tutti i bambini erano immobili davanti a lui e lo guardavano muti e sbigottiti. Cerc di raccontare il suo viaggio nel cuore della bestia, per dire loro delle sofferenze del mondo e della felicit che  possibile raggiungere solo con la compassione e l'amore.
Non riusc a convincerli. Da quel giorno, i bambini smisero di cantare e non andarono pi nei boschi. Come i loro genitori, invecchiarono prima del tempo, lontani dalle gioie della natura.

Thorgunna and a vivere in una fattoria isotata dell'Islanda, portando con s un Baule pieno di lussuosa biancheria. La padrona di casa, Thurid, l'avrebbe voluta per s ma Thorgunna non era disposta a cederla a nessun prezzo.


4. MESSE DI ORRORI.

 Nel tempo in cui gli antichi di
andavano scomparendo, gli abitanti di una fattoria isolata
dell'Islanda furono al centro di un terrificante caso di infestazione.
Gli eventi ebbero un inizio abbastanza innocente con la comparsa di una viaggiatrice di nome Thorgunna. Giungeva dalle Ebridi, isole di rocce cariche di segreti situate molto pi a sud.
Thorgunna vagabondava per i mari, e ogni luogo era la sua casa. Non portava molto con s: tutti i suoi beni erano contenuti in due bauli.
Un giorno Thorgunna and a vivere nella fattoria di Froda, su un promontorio che si protendeva nelle nere acque dell'Atlantico. Venne accolta con gentilezza dal padrone di Froda e con freddezza dalla moglie Thurid che, tuttavia, si fece pi cordiale quando l'ospite si mise a disfare i bagagli. Allora le numerose donne della casa le si radunarono attorno, attirate dalla prospettiva di scoprire qualcosa di nuovo e
grazioso. Anche Thurid non rimase insensibile al prezioso carico della viaggiatrice, e guard rapita le lenzuola di lino inglese, i tendaggi di ricco broccato, il copriletto di seta orientale, i cuscini imbottiti: mai nulla di simile era stato visto prima di allora in quella regione desolata.
Con atteggiamento altezzoso Thurid domand a Thorgunna a quanto vendesse la sua merce. La giovane ospite rise. "Questa merce non  in vendita. L'ho portata con me perch non mi sembra giusto
che voi dormiate nel lusso e io nella paglia". A quella risposta, le altre donne presenti si coprirono la bocca per nascondere un sorriso, divertite nel vedere finalmente rimbeccata la loro acida padrona. "Non dimenticatevi che voi siete mia ospite". Replic Thurid, paonazza in volto.
"Ecco, tenete" Thorgunna estrasse di tasca del denaro. "Questi sono i soldi per l'alloggio. Ed  ovviamente mia intenzione lavorare per pagarmi il vitto". Thurid le strapp il denaro di mano e se ne and, in preda all'ira.
La lingua sempre pronta alla risposta e i modi riservati guadagnarono ben poche amiche alla nuova arrivata. Inoltre, la sua fede era cristiana, e minacciava l'antica egemonia di Odino e Thor. Ogni mattina, Thorgunna andava a pregare in una cappella abbandonata, costruita da monaci irlandesi che avevano abitato quella terra prima dell'arrivo dei coloni vichinghi. Le donne di Froda sussurravano tra loro che quella sua abitudine non avrebbe portato nulla di buono.
Cos avvenne. Un giorno, mentre gli uomini e le donne della fattoria mietevano il fieno, scoppi improvvisa una tempesta. Incurante del diluvio, Thorgunna continu a lavorare sotto la pioggia battente.
Quando si port le mani alla fronte per asciugarsi dalla pioggia, si accorse con orrore di essere bagnata di un liquido rosso e vischioso, una pioggia di sangue che le rigava le guance. Thorgunna url, e la nube svan.
Ben presto il campo si asciug, eccetto per il punto in cui si trovava Thorgunna: l il fieno rimaneva umido e scuro. La donna si accasci sul rastrello, esausta, con gli abiti che
gocciolavano sudore e sangue. Era come se tutta la sua energia fosse stata risucchiata dalla nube maledetta. "Questa pioggia porter la morte!" riusc a gridare, poi pianse. Gli altri annuirono, e si allontanarono da lei.
Quella sera Thorgunna si coric sfinita, e subito si addorment. Il mattino seguente, per la prima volta dal suo arrivo alla fattoria, non si rec alla cappella di pietra per pregare. Il padrone di Froda and a farle visita. "Come state?" le chiese.
"Sto morendo" fu la semplice risposta della donna. I suoi occhi brillavano di una stanchezza infinita.
"Non dite cos, mia cara, siete solo un po' stanca. Vi riprenderete presto".
"Sto morendo" ripet la donna. "Ma voi dovete promettermi una cosa".
"Ditemi pure". L'uomo si protese in avanti e accost le orecchie alle labbra sfinite di Thorgunna.
"Trasportate il mio corpo a Skalholt, alla comunit dei monaci cristiani. Loro pregheranno per la mia anima".
"Lo far, ve lo prometto" rispose l'uomo, distogliendo lo sguardo.
Thorgunna dispose poi dei suoi beni. Lasci ai monaci di Skalholt il suo anello d'oro, al padrone di Froda un finissimo broccato d'argento, che lo avrebbe ripagato del viaggio.
Lasci qualcosa anche a Thurid, una mantella rossa. Tutto il resto doveva essere bruciato.
Se fosse rimasto intatto un solo brandello di ricamo o un pezzo di filo, ammon
Thorgunna, la sciagura si sarebbe abbattuta sulla fattoria e sui suoi abitanti.
Dopo una settimana di febbre e convulsioni, Thorgunna finalmente mor. Come voleva la tradizione, Thurid si affrett a chiuderle gli occhi e la bocca e a tapparle le narici, cos che lo spirito non fuggisse dal corpo per tormentare i viventi.
Quando il cadavere venne portato via, un sorriso si dipinse sulle labbra di Thurid. Suo marito le aveva ordinato di consegnargli tutta la biancheria per bruciarla, ma lei era riuscita a dissuaderlo.
"Di cosa hai paura, maritino mio?" gli aveva sussurrato all'orecchio carezzandogli suadente il viso. "Hai paura delle minacce di quella donna?".
"Hai visto cosa  successo nel campo. Quella donna possedeva certamente poteri soprannaturali".
Lei era scoppiata in una sonora risata. "Le minacce di Thorgunna valgono quanto quelle di una formica. Su, non aver paura, ci sono qua io". Gli si era accostata languidamente, avvolgendolo nel suo profumo.
"Va bene, hai vinto" le aveva detto. "Ma terremo solo le lenzuola e le tende, e bruceremo al loro posto il broccato d'argento che mi ha lasciato in eredit. Cos lo scambio sar equo. Bruceremo i cuscini e il materasso per placare il suo spirito".
La tiepida estate si era bruscamente interrotta con la pioggia di sangue. Un vento freddo e secco soffiava dall'Artico a
preannunciare l'inizio del lungo e rigido inverno.
Trasportare il corpo di Thorgunna all'altro capo del paese non era impresa facile. Un gruppetto di uomini e donne si mise comunque in marcia alla volta del monastero. Il pesante sudario venne assicurato al dorso di un bue, ma bench stretto da salde funi, per tutto il corso del viaggio continu a scivolare lungo i fianchi dell'animale, come mosso da una volont completamente autonoma.
La notte stava calando. Fortunatamente, i pellegrini scorsero in lontananza le luci di una fattoria. Poich portavano con s un cadavere destinato alla sepoltura, i viaggiatori avevano diritto a un'adeguata ospitalit: cibo caldo, abiti asciutti e un posto vicino al fuoco. Le loro speranze vennero per disilluse: il padrone di quella fattoria, un taccagno, offr loro il pi misero dei ripari, rifiutando ogni altro tipo di assistenza.
Cos, il gruppo si sistem per la notte senza aver mangiato, con le pance vuote che borbottavano e gli indumenti umidi.
Erano ancora tutti svegli quando dalla cucina giunsero dei rumori. Pensando a un ladro, il fattore si precipit nella stanza per affrontare l'intruso, ma si blocc con orrore.
Il cadavere di Thorgunna, avvolto nel sudario, era intento a preparare la cena per i suoi compagni di viaggio, i lembi del lenzuolo funebre che fluttuavano nella penombra mentre la morta prendeva in silenzio le provviste dalla fornitissima credenza e apparecchiava la tavola.
Spaventato a morte, il contadino invit immediatamente a sedersi a tavola i viaggiatori, i quali si tuffarono con avidit sul cibo. Soddisfatta, Thorgunna se ne torn al suo posto.
La notizia dell'accaduto si sparse rapidamente nel distretto, e per tutta la durata del viaggio i portatori vennero accolti con la migliore ospitalit che quella aspra terra poteva offrire.
Tutti temevano lo spettro, ma ora che i suoi desideri venivano rispettati, la morta sembrava soddisfatta di restare nel suo sudario.
Al monastero, i monaci ricevettero l'anello d'oro di Thorgunna e il suo corpo, che consegnarono alla terra. Assolto il suo compito, gli abitanti di Froda ripresero la via del ritorno.
La sera del loro arrivo, venne data una grande festa. Fu acceso il fuoco nella sala pi grande e tutti ascoltarono i racconti dei viaggiatori. Poi si lasciarono andare ai festeggiamenti: litigarono, battibeccarono, intrecciarono tresche e pettegolezzi com'era loro abitudine nelle lunghe notti invernali. L'aria della stanza si riemp dell'odore acre della torba che bruciava nel camino e del cibo che bolliva nelle pentole.
Qualcosa interruppe bruscamente l'ozioso chiacchiericcio. Un fascio di luce proveniente da una fonte sconosciuta penetr nella stanza, rischiarandola. Fra lo sbigottimento dei presenti, il fascio di luce si allarg lentamente, fino a riempire l'intero locale. " la Luna di Urd!" grid una vecchia. Urd era la dea del Fato, e presagiva sempre sventure.
La luce prese a ruotare nella direzione opposta a quella del sole, segno certo che a rinnovarla erano i poteri oscuri delle tenebre.
"C' la morte in questa casa" disse un'altra donna. " venuta per portarci via tutti quanti!".
" Thorgunna" disse qualcun altro tra lo sgomento generale. " Thorgunna che ci tormenta, perch non riposa in pace".
Per un'intera settimana la Luna di Urd comparve ogni notte, ruotando nel suo fulgore oscuro e illuminando di luce nera la stanza.
L'ottava notte, mentre tutti si erano radunati per attendere l'arcano fenomeno, la porta si spalanc e il pastore che badava al gregge della fattoria irruppe nella sala. Aveva gli occhi sbarrati dalla paura e si muoveva con gesti convulsi. Prese a insultare chiunque fosse nella stanza. Poi, interrompendosi bruscamente, con gli occhi fissi nel vuoto, balbett: "L,  l... si nasconde fuori, nel buio... moriremo tutti!". Lanci un urlo di dolore e si precipit fuori, scomparendo alla vista.
Il pastore ritorn per quindici notti, raccontando sempre cose incomprensibili. Un mattino, gli uomini lo trovarono morto nella sua capanna. Lo seppellirono quello stesso giorno nella cappella vuota e ammassarono su di lui grosse pietre per impedirgli di uscire dalla tomba.
I guai per la fattoria erano solo all'inizio. Una notte, qualcuno percosse con violenza i muri della casa e gett contro la porta mucchi di rifiuti.
Una delle donne and ad aprire, e lanci un grido. Il pastore era tornato.
Da allora, e per molte notti, il suo spettro cammin sul tetto, battendo con forza i tacchi contro le travi e ululando alla luna. Le sue unghie graffiavano le pareti e la porta in cerca di qualcuno da trascinare con s nella tomba.
Nessuno aveva il coraggio di uscire dopo il tramonto. Vennero recitate preghiere e lanciati incantesimi per cacciare lo spirito malvagio, ma fu tutto inutile.
Una sera, poco dopo il tramonto, colpi raggelanti risuonarono per tutta la casa. Lo spettro, per nulla turbato dalle pratiche magiche dei contadini, aveva aggredito uno degli uomini che rientravano dai campi e lo stava sbattendo violentemente contro il muro.
Mormorando con fatica preghiere di protezione, il ferito riusc a raggiungere strisciando la porta. Aveva le costole fratturate e una profonda ferita alla tempia e bench la moglie fosse nota come un'abile strega, le sue cure magiche non riuscirono a guarirlo, e il poveretto mor. Fu seppellito di fianco al pastore, nella cappella ormai da tempo abbandonata.
Gli spettri diventarono due. Ogni notte si appostavano, immobili e minacciosi, sul prato, in attesa. Nessuno viveva pi tranquillo, neppure in casa. Fruscii, suoni e lamenti uscivano dalle credenze in cui era conservato il merluzzo salato usato come scorta per l'inverno. Chi osava guardare dentro vedeva per solo le pile senz'anima del pesce secco.
La fattoria era stretta nell'assedio dei morti viventi. La morte mieteva continuamente le sue vittime: una lite Fin in tragedia; la febbre uccise qualcun altro. I contadini non potevano pi dormire e, privati del sonno, degeneravano rapidamente nella follia.
I defunti, naturalmente, diventavano spettri. Ben presto una folla sempre pi numerosa di morti viventi prese a radunarsi fuori della fattoria, minacciando i pochi vivi rimasti. L'oscurit e le creature della notte regnavano su Froda.
Nel loro recinto, buoi e mucche muggivano e scalciavano
contro la staccionata quando i morti li montavano per cavalcarli; mani invisibili mungevano gli animali, che ogni mattina apparivano sempre pi scarni, gli occhi dilatati dalla paura.
Thurid e il marito sapevano che la colpa era loro. Bench condividessero lo spaventoso segreto, si evitavano. Thurid trascorreva interminabili ore di attesa chiusa in casa e seduta su uno sgabello, accarezzando la splendida biancheria di Thorgunna mentre suo marito la fissava in silenzio, la mascella contratta.
I giorni passavano e i rumori provenienti dalla credenza crescevano d'intensit. Tutti si domandavano con terrore come sarebbero sopravvissuti all'inverno: erano infatti sicuri che il pesce fosse ormai posseduto dagli spiriti della notte. Il padrone della fattoria decise allora di mettersi in marcia verso il villaggio portuale pi vicino, per acquistarne dell'altro.
Accompagnato da cinque degli uomini pi robusti, part a bordo di un'imbarcazione a dieci remi. Il viaggio non si presentava certo privo di rischi: il solstizio d'inverno era vicino, il mare si era spaventosamente ingrossato, il cielo era buio come l'inchiostro di una seppia, e nell'aria gemevano gli spiriti malvagi.
La sera successiva alla loro partenza, dopo che nella sala pi grande della fattoria era stato acceso il fuoco e i contadini avevano cominciato a rientrare dai campi, una serva lanci un grido e lasci cadere sul pavimento una bacinella piena d'acqua sporca.
Tremando, indic qualcosa che spuntava dal pavimento. "L, l, guardate l!" grid inorridita.
La testa grigia di un'enorme foca affior dal pavimento. La donna prese un bastone e cominci a colpire l'intrusa, ma il corpo scivoloso della creatura, noncurante dei colpi, continuava a emergere. Fiss con sguardo maligno il letto di Thurid. I suoi occhi sembravano esprimere sentimenti umani mentre si posavano sui tendaggi, le lenzuola e il copriletto un tempo appartenuti a Thorgunna.
Ad ogni colpo che riceveva, si sollevava un po' di pi, fino a quando non affiorarono anche le pinne gocciolanti di acqua scura. La serva svenne. Gli altri assistevano alla scena come paralizzati. Nessuno sembrava in grado di fermare l'invasione di quella enorme bestia.
Fu allora che Kjartan, uno dei figli di Thurid, si apr un varco tra la piccola folla. Brandiva un martello dalla testa di pietra che cal sul cranio della foca scura, colpendola pi volte con forza, come Thor contro i demoni.
La foca cominci a soccombere sotto la furia dei colpi di Kjartan, che si susseguivano sempre pi violenti. Il respiro gli si fece affannoso e il suo corpo si copr di sudore, mentre brandiva il martello con tutto il suo furore.
Finalmente, la foca scivol nell'oscurit da dove era venuta e scomparve. Kjartan non s'interruppe e continu a percuotere il pavimento finch questo non torn di nuovo piatto e levigato.
Il peggio per doveva ancora arrivare. Il giorno seguente, un pescatore giunse con la notizia che il padrone di Froda e i suoi compagni erano morti in mare. La barca era stata ritrovata intatta ma rovesciata, e la corrente aveva spinto a riva le casse di pesce appena acquistato.
Kjartan e Thurid erano decisi a onorare i loro morti. A dispetto del caos e della
paura che regnavano alla fattoria, invitarono i vicini a un banchetto funebre.
Prepararono cibo sufficiente per una settimana e riempirono i boccali di tutta la birra chiara messa da parte per l'inverno.
La sera, mentre gli invitati sedevano intorno al fuoco con i boccali di birra in mano, la porta della fattoria si spalanc lasciando entrare un vento ululante che raggel i presenti.
Sei ombre inquietanti strisciarono all'interno. Erano gli annegati, venuti a presenziare al loro stesso funerale. Avevano la pelle raggrinzita e il corpo gonfio e livido. Abiti e capelli erano fradici e a ogni passo i loro stivali pieni d'acqua gorgogliavano rumorosamente.
Si avvicinarono al fuoco per riscaldare il freddo eterno che gelava le loro ossa. L rimasero, nel vapore che fuorusciva dagli indumenti bagnati.
I presenti si nascosero nell'ombra. Sapevano che a volte i marinai affogati cari a Ran, la dea del mare, erano autorizzati a compiere un'ultima visita alla propria casa, prima che i loro capelli si trasformassero in alghe e la pelle in gelatina.
Qualche minuto dopo, infatti, i morti si ritirarono, silenziosi com'erano arrivati, lasciandosi dietro una scia di fango e di acqua stagnante.
La notte seguente tornarono ancora per scaldarsi al fuoco appena acceso del camino. E continuarono a tornare per tutta la settimana. Alcuni sostenevano che, non appena la veglia funebre fosse terminata, i morti sarebbero tornati sotto il mare.
Come a smentire quelle speranze, la prima sera in cui la
famiglia si ritrov sola, gli annegati fecero ancora la loro comparsa. E questa volta non erano soli.
Avevano infatti appena preso posto davanti al fuoco scoppiettante, quando furono raggiunti dai morti del cimitero, dai cui sudari a brandelli cadevano frammenti di terra gelata.
Finch il fuoco arse nel camino, i morti occuparono la stanza, mentre i vivi aspettavano tremando nella gelida anticamera. Poi, se ne andarono.
La sera dopo, Kjartan ordin che nell'anticamera venisse acceso un secondo fuoco.
Ogni notte, quando i morti si impadronivano della sala grande, i vivi potevano in questo modo, riscaldarsi davanti al fuoco pi piccolo.
Cos passarono l'anno vecchio e molte settimane di quello nuovo.
Durante quei mesi terribili, i rumori provenienti dalla credenza crebbero sempre di pi. Una notte, mentre prendeva del pesce, una serva intravide una lunga coda sottile, ricoperta di peli corti e lisci, posata proprio sulla pila di merluzzi salati. La coda era annerita e bruciacchiata e terminava in una specie di frangia. La ragazza la afferr chiamando gli altri, sicura che la coda appartenesse alla rumorosa creatura che si nascondeva nella riserva di pesce.
Tutti arrivarono di corsa per aiutarla, ma bench tirassero con tutta la loro forza, non riuscirono a estrarre l'intruso. Poi, con un movimento fulmineo, la coda guizz tra le loro mani, bruciandone i palmi e lacerandone la carne.
Urla di dolore uscirono dalle gole degli uomini e in quel momento centinaia di pelli di pesce caddero a terra, come foglie secche.
La creatura aveva succhiato tutta la polpa dei pesci, svuotandoli, lasciando dietro di s solo la pelle e le lische.
Senza pi pesce e con i morti che tornavano ogni notte, non trascorse molto tempo prima che le malattie cominciassero a imperversare su Froda. La prima a essere colpita fu la donna con i poteri da strega, moglie del contadino ucciso mesi prima dal pastore. Fu seppellita al mattino, e la notte successiva gi percorreva i sentieri bui intorno alla fattoria, a braccetto con il marito.
Rimasero vive solo sette persone. Anche Thurid si ammal e giacque sotto il delicato copriletto di seta di Thorgunna, nascosta sotto i tendaggi di broccato.
Quando, superata la prima met dell'inverno, le giornate cominciarono ad allungarsi, Kjartan and a chiedere consiglio allo zio Snorri. Snorri era il capo del clan, uomo rispettato per il suo senso di giustizia e per l'abilit con cui metteva in scacco i nemici.
Il saggio prest molta attenzione al racconto del giovane e, dopo aver riflettuto per qualche minuto, gli disse: "Le sciagure che si sono abbattute sulla tua casa hanno una ragione precisa.
"Alcuni mesi fa tuo padre mi ha confessato di aver tradito una promessa che aveva fatto a una donna morente di nome Thorgunna. E se i desideri di un moribondo non vengono rispettati, egli non conosce riposo.
"Thorgunna aveva ordinato di bruciare tutti i suoi beni, che ora invece abbelliscono la tua casa. Bruciali, distruggili, solo allora lei potr riposare in pace, e cos tutte le altre anime inquiete".
Snorri raccomand inoltre al nipote di portare con s alla fattoria un prete cristiano, che avrebbe dovuto benedire la casa con l'acqua santa e scacciare gli spiriti maligni. Dovevano essere giudicati con un processo e condannati a tornare nell'oltretomba.
Kjartan part con il sacerdote quel giorno stesso. Giunto a casa, strapp le lenzuola e le coperte dal letto in cui giaceva la madre, che era cos debole che non un cenno di protesta le sfugg dalle labbra. Dopo aver tolto anche i tendaggi, Kjartan prese un tizzone ardente e usc per dare fuoco a quegli oggetti maledetti.
Bruciarono prima le sete leggere, che regalarono alle fiamme i brillanti colori dell'Oriente. Un denso fumo nero avvolse la lana prima che prendesse fuoco, e quando fu la volta del copriletto l'aria si riemp dell'odore acre di piume bruciate. Nel bagliore delle fiamme, Kjartan distinse chiaramente dei capelli castani e una diafana figura di donna.
Quando dell'eredit di Thorgunna non fu rimasto che un pugno di cenere, Kjartan si prepar a processare i morti per i loro crimini, sotto la luce vivida della luna.
Li invoc e con voce ferma chiam a giudizio le donne e gli uomini morti. Le accuse a loro carico furono lette ad alta voce, e venne emesso un verdetto di colpevolezza.
Uno per uno i morti furono messi al bando. Cupi in volto, sfilarono davanti al loro giudice mortale e presero atto della sentenza, e uno dopo l'altro ritornarono nel luogo del riposo eterno.
Cos la fattoria di Froda venne finalmente liberata dall'invasione dei morti viventi.


5. L'OSPITE DEI GOBLIN.
 
Nei tempi antichi, il Giappone era devastato da epidemie e sciagure di ogni sorta. Di giorno, i signori della guerra combattevano per il potere, le spade dei samurai sibilavano sul campo di battaglia e il sangue dei cadaveri raccolti in mucchi si spargeva nelle risaie. Di notte, eserciti pi silenziosi e malvagi si mettevano in marcia: battaglioni di demoni dai volti spettrali emergevano dall'inferno. Ogni sera, chi aveva una casa dove rifugiarsi si barricava dietro la porta chiusa, fino a quando l'alba non compariva all'orizzonte. Alcuni mortali erano tuttavia costretti a trascorrere le notti all'aperto, esposti ai pericoli delle tenebre. Uno di questi era Kwairyo.
In giovent Kwairyo era stato un samurai al servizio di un feudatario. Nessuno era pi abile di lui nelle arti marziali e nel combattimento. Le mutevoli sorti della guerra si erano per rivelate avverse al suo nobile signore, e piuttosto che servirne un altro, Kwairyo si era messo al servizio degli di e ora vagava per il paese diffondendo le sacre leggi.
Un giorno, mentre attraversava una regione montagnosa e selvaggia, il buio lo sorprese a met strada fra due minuscoli villaggi. Il vento spazzava le colline e lui era ancora molto lontano da qualsiasi rifugio.
Kwairyo si avvolse nel mantello e cerc un posto dove riposare sotto gli alberi grondanti di pioggia. Mentre era intento nella sua ricerca, incontr un tagliaboschi. "Salute a voi, nobile samurai" gli disse l'uomo. "Che cosa fate tutto solo in una serata come questa? Non temete che i demoni possano attaccarvi e succhiarvi l'anima dalle orecchie? Volete forse diventare un guscio vuoto, condannato a vagabondare per la campagna con gli occhi vitrei?".
"Sto cercando rifugio per la notte" rispose Kwairyo.
"Venite da me, allora, nella mia casa nella foresta.  poco pi di un miserabile tugurio, ma  pur sempre un tetto sotto cui ripararvi dalla pioggia e potremo anche accendere il fuoco nel camino per scacciare le ombre".
Kwairyo ringrazi il tagliaboschi e lo segu lungo sentieri che costeggiavano profondi precipizi. La baracca aveva le finestre illuminate e un'aria invitante. Lungo il fianco della collina, una cascata bianca come la barba di un vecchio
alimentava un acquedotto di bamb che correva alle spalle della casa. L vicino si ergeva un bosco di cedri. Con un inchino, il tagliaboschi apr la porta per far entrare il suo ospite. Dentro, due uomini e due donne se ne stavano rannicchiati intorno a un fal acceso al centro della stanza, su cui un bollitore sibilava spargendo intorno a s l'odore pungente del t. Non appena Kwairyo entr, i quattro si alzarono per accoglierlo con parole e gesti cos festosi che sarebbero stati pi appropriati in un palazzo reale che in una capanna nascosta tra i boschi.
Dopo aver bevuto il t, Kwairyo interrog il padrone di casa sulle sue origini. "Da dove venite?" gli domand.
"Be', vi sembrer strano" gli rispose il tagliaboschi, appoggiando a terra la tazza ancora fumante, "ma io, proprio come voi, sono stato un comandante militare, e ho vinto molte battaglie al servizio di un potente signore. Un giorno, per, ho infranto il codice morale dei samurai accettando regali da corrotti farabutti e giocando d'azzardo. Cominciai ad abbandonarmi alla lascivia e ci and a scapito della mia condotta militare. Una notte mi lasciai sorprendere dal nemico. Tutti i miei soldati furono uccisi, e il mio signore sconfitto. Per penitenza, sono stato esiliato in questo luogo remoto dove, insieme con i compagni che vedete qui, cerco di emendare le mie colpe aiutando i bisognosi".
Kwairyo s'intener al racconto del tagliaboschi. "Passer questa notte in meditazione, a pregare gli di per la vostra salvezza" gli promise.
Si fece condurre dal tagliaboschi in una camera nascosta da un paravento e cominci il rito preparatorio alla meditazione.
Con il trascorrere delle ore, le fiamme del camino si spensero lentamente in tizzoni ardenti che proiettavano contro il paravento di carta le deboli ombre delle cinque figure intente a bisbigliare tra loro. Kwairyo sedeva con il busto eretto, nella posizione del loto, cantando i sacri mantra. Infine, quando sent che il sonno minacciava di sopraffarlo, si alz e apr la finestra.
La tempesta era cessata. Kwairyo sentiva la bocca secca per il lungo canto e la vista della bianca cascata, luminosa nella notte, gli fece venir sete. Raggiunse in silenzio la porta e in silenzio la apr. Vide cinque figure sdraiate a terra. Proprio in quell'istante, la luna affior dalle nubi illuminando gli uomini e Kwairyo si irrigid.
I corpi che giacevano ai suoi piedi erano senza testa. Per un momento si domand se non fossero stati aggrediti da predatori, ma sui loro colli non compariva nessuna traccia di violenza. Neppure la spada pi affilata, pens Kwairyo, avrebbe potuto praticare tagli cos netti.
Quelle forme mutilate non potevano essere altro che rokurokubi, i goblin delle tenebre. Di giorno, quegli spiriti malvagi assumevano sembianze umane, e nulla poteva indicare che nelle loro vene invece del sangue scorressero bile e veleno. Di notte, invece, le loro teste si staccavano dal corpo per vagare libere. Guidate dalla luce demoniaca che fuorusciva dalle loro stesse orbite, come lanterne su un sentiero buio, le teste dei goblin andavano a caccia per la campagna in cerca di carne fresca.
Si diceva che l'unico modo per distruggerle consistesse nel nasconderne il corpo approfittando dell'assenza della testa. Impossibilitata a rientrare nella sua dimora, questa avrebbe dato sfogo alla propria
furia fino a quando i raggi del sole non l'avessero bruciata e distrutta.
Kwairyo afferr il corpo del tagliaboschi e lo trascin fuori per seppellirlo in una fossa, sotto un mucchio di terra e foglie. Dal vicino bosco di cedri giunse un rumore: un sibilo appena percettibile nel frinire delle cicale. Kwairyo punt verso la fonte del rumore, sgusciando tra gli alberi, nella radura, cinque teste erano intente a cacciare insetti notturni e piccole creature striscianti nell'erba. Mentre si nutrivano, sbuffavano e grugnivano e con i vermi ingollavano manciate di terra.
Avevano i denti anneriti da filamenti di foglie morte e dai resti degli scarafaggi finiti nelle loro avide mascelle. La testa del tagliaboschi, pi grossa delle altre, sibilava furiosamente mentre svolazzava qua e l. Il monaco sent le teste litigare rumorosamente mentre frantumavano con i denti le ossa di scoiattoli ancora pulsanti di vita. Maledicevano il tagliaboschi per aver invitato in casa Kwairyo. "Sei stato un idiota a raccontargli la storia del tuo passato" si lamentavano. "Se quello stupido monaco non si fosse messo a cantare i suoi dannati mantra, sarebbe stato una facile preda!".
Una delle teste di donna si sollev da terra e vol, sicura come un pipistrello in una grotta, verso la capanna, per sorprendere l'ospite nel sonno. Pochi istanti dopo la testa fu di ritorno, in preda al panico. " sparito!" grid in direzione dei compagni "ed  sparito anche il tuo corpo" disse rivolta al tagliaboschi.
In preda al panico, le altre teste si strinsero intorno a quella del tagliaboschi che
cominci a tremare vistosamente e a vorticare su se stessa. Le guance gli si gonfiarono e la lingua spunt dalle labbra imporporate. Gli occhi brillavano di una luce rossastra. I capelli si drizzarono e presero a contorcersi, come anguille finite nella rete di un pescatore.
"Se morir" esplose "anche quel dannato monaco morir con me!".
Kwairyo fugg nella profondit del bosco, ma la luna, che per un istante lo illumin, fece scintillare la sua tunica bianca, e i goblin lo scoprirono. "Eccolo,  lui!" grid il tagliaboschi e le teste volarono al suo inseguimento, come un branco di segugi sulle tracce di un cervo ferito.
Tastando il terreno in cerca di un'arma per difendersi, Kwairyo trov un ramo. Maneggiandolo come un bastone, colp le teste spedendole lontano. Peste e doloranti, quattro di esse fuggirono, ma quella del tagliaboschi continu a volteggiare davanti a Kwairyo, facendo scattare le possenti mascelle. Kwairyo frust l'aria con il rudimentale bastone, mentre la testa piroettava e schivava i colpi. La lotta continu per alcuni minuti. Approfittando di un momento di disattenzione del monaco, la testa del tagliaboschi punt dritta alla sua gola. Memore di un vecchio trucco usato dai samurai, Kwairyo scart di lato e alz un braccio. I denti mancarono il bersaglio, per mordere invece la manica della tunica. La creatura senza corpo rimase cos, tenacemente attaccata alla stoffa come un neonato al seno della madre.
Nel tentativo di scrollarsela di dosso, Kwairyo la colp con forza, sbattendola contro tronchi e rocce. Finalmente, la testa rinunci alla lotta e si immobilizz, gli occhi vitrei rivolti alla luna. Rivoletti di melma viscida filtravano da ogni suo orifizio. Inutilmente Kwairyo cerc di strapparla dal rozzo tessuto di juta con cui era cucita la sua tunica. Due volte cerc di sfilarsi l'indumento di dosso e due volte, mentre lottava per estrarre il braccio dalla manica, la testa ruot su se stessa e gli morse il polso.
Kwairyo corse allora alla capanna, dove trov le altre teste che, riunitesi al corpo, si leccavano vicendevolmente le ferite. Non appena lo videro, gli vomitarono addosso un oceano di oscenit e fuggirono dalla finestra, nel buio del bosco.
Kwairyo tent di trovare il sentiero per uscire da quell'inferno e tornare al villaggio da cui era venuto, ma fu inutile. Qualsiasi direzione prendesse, finiva sempre per imbattersi in precipizi invalicabili e ogni pista lo riconduceva implacabilmente al punto di partenza. Dietro di lui, echeggiavano sibili leggeri che forse non erano altro che il vento tra i pini. A ogni passo, la testa gli sbatteva contro il corpo, il volto putrefatto che ballonzolava da un lato all'altro.
Il sole apparve all'orizzonte e l'alba illumin la foresta. Finalmente, gli occhi del goblin persero il loro bagliore affamato e si chiusero in una parodia di morte serena. Kwairyo si strapp la veste di dosso e la gett in un burrone. Vide che la testa del goblin si essiccava, come evaporando alla luce del mattino. Ancora per un giorno e una notte Kwairyo vagabond nudo nella foresta, finch un gruppo di giovani samurai non lo aiut. Raccont la sua avventura e quelli risero. "Devi averci preso per pazzi se pensi che crediamo a una storia del genere". Kwairyo sorrise e si sedette a terra, sospirando.


6. UNA MORTE SOSPESA.

Il tonfo del coperchio sulla bara  come una porta che sbatte separando il mondo dei vivi da quello dei morti. Una porta che si apre in una sola direzione, quella direzione che nessun mortale pu conoscere fino a quando non giunge la sua ora. Da sempre, per, c' chi anela a scoprire i segreti dell'aldil. Come una coppia di anziani contadini che vivevano nell'Italia settentrionale, che giur di penetrare i misteri dell'oltretomba.
Una sera, parlando davanti al fuoco, si fecero una solenne promessa: chi dei due fosse sceso per primo nella regione delle nebbie eterne, sarebbe tornato per raccontarne i segreti al sopravvissuto.
Una grigia mattina di alcuni anni dopo, mentre raccoglieva delle castagne, il marito si accasci a terra con un gemito. Il suo cuore lo aveva tradito. I vicini aiutarono la vedova in lacrime a lavare e vestire il cadavere, e quando ogni cosa fu pronta, amici e parenti si ritrovarono per porgere l'ultimo saluto al morto e offrire conforto alla vedova, che a sorpresa li preg di non fermarsi per la veglia consueta e di permetterle di trascorrere la notte sola con il marito.
La donna sedette poi su una sedia per contemplare il viso del marito defunto. La morte gli aveva affilato naso e mento, e le linee della bocca erano pi severe di quanto fossero state in vita. "Dove star vagabondando il suo spirito?" si domand. "Come e quando torner?".
Un colpo alla porta. La donna sussult cos forte che la sedia si rovesci. Sulla soglia stava uno sconosciuto di alta statura. Aveva occhi vuoti ma penetranti.
"Posso avere riparo per questa notte?" Le chiese. La donna indic in silenzio il corpo steso sul tavolo della cucina, ma lo straniero si limit ad annuire. Entr, raddrizz la sedia della donna, poi prese posto all'altro lato del tavolo. Si chin leggermente in avanti, le mani sulle ginocchia, per lanciare un intenso sguardo al volto del morto. La donna not che lo straniero portava con s un bastone di legno di nocciolo.
Un grido stridulo e atroce lacer il silenzio. Si fece sempre pi acuto e improvvisamente il cadavere si mosse e cominci ad alzarsi. Il suo viso era contorto in una smorfia di agonia, le labbra tirate sui denti giallastri.
La donna lanci un grido d'orrore e corse a nascondersi sotto il letto.
Rapidamente, lo straniero sfior con il bastone la fronte del morto. La bocca si richiuse e il corpo si accasci, immobile. Lo sconosciuto torn a sedersi.
I minuti trascorrevano lentissimi. La donna continuava a fissare, come intontita, il volto del marito che poco prima si era rianimato. Aveva appena iniziato a calmarsi quando il grido risuon ancora, gonfiandosi in un gemito di agonia che parve riempire ogni angolo della casa. Per la seconda volta, il corpo torn a immobilizzarsi sotto il lieve tocco del bastone dello straniero.
La donna era in preda al terrore. Un profondo boato la fece trasalire: era il rintocco delle campane della chiesa vicina. Quando l'eco si spense, il cadavere si rianim di nuovo, spalanc gli occhi e con sguardo vitreo si sedette sul tavolo, voltando la testa da un lato all'altro, con gli occhi iniettati di sangue che sporgevano dalle orbite. La donna non riusciva pi a muoversi. Il marito le si avvent addosso e le affond spietatamente le dita nel collo. Con voce gracchiante, vuota, le grid: "Sono all'inferno perch tu mi ci hai mandato! Devi pagare!".
Lo straniero era gi su di loro e il tocco del suo bastone fu sufficiente a far allentare la stretta mortale.
Un'angoscia infinita si dipinse sul viso del morto e la sua carne cominci a liquefarsi. Come la cera di una candela, scese in rivoli dalla fronte alle guance, e dalle guance al mento. Con la carne, dal suo volto scivolava via anche l'angoscia. Presto affiorarono le ossa e il teschio, mentre la carne sciolta continuava a gocciolare a terra. Nella cappa del camino echeggi il sibilo di un vento gelido e nel focolare si deline una malvagia figura fatta di fuoco e fumo, che indossava un largo mantello nero, dentro cui avvolse ci che restava del morto. Poi scomparve. Il fuoco si spense con un soffio e la stanza si fece buia e fredda.
Inginocchiata sul pavimento di pietra, la donna piangeva e pregava. Con un sospiro, lo sconosciuto la aiut a rialzarsi. "Non spetta ai vivi conoscere il destino dei morti" le disse semplicemente. Poi apr la porta e la vedova lo guard calpestare senza rumore le foglie secche e svanire lungo il pendio nebbioso.


7. FURIE DELL'ESTREMO NORD.

Non appena l'inverno raggiungeva l'Artico, il sole spariva
condannando gli Inuit a lunghi mesi di freddo e oscurit. A mano a mano che la fame e l'isolamento esigevano il loro tributo, la magia acquistava nuova forza. Solo gli sciamani, maestri di rituali e incantesimi, erano in grado di assoggettare gli spiriti che erravano nella lunga notte artica. Per questo motivo - loro stessi erano infatti oggetto di reverente timore - erano considerati necessari bench nessuno si fidasse mai completamente di loro.
In Groenlandia, gli anziani Inuit raccontavano infatti di uno stregone che aveva abusato dei suoi poteri.
L'uomo viveva lontano dalla trib, in una capanna nei pressi di un ghiacciaio. In estate, i suoi spiriti guardiani lo guidavano verso pascoli alti e sconosciuti, dove vivevano grandi mandrie di carib. Trascorreva gli inverni accovacciato davanti a un fuoco che non si spegneva mai, ascoltando le voci portate dal vento.
Fra una stagione e l'altra era sua consuetudine far visita al fratello che viveva solo e che a malapena riusciva a sopravvivere facendo il cacciatore. Lo sciamano amava il fratello e non si accorse mai dell'invidia che ne divorava sempre pi intensamente gli occhi.
Un'estate, gli spiriti lo guidarono nei pascoli pi alti che mai avesse raggiunto e la prima nevicata lo sorprese mentre ancora cacciava i carib. Impegnato nella caccia, rimand l'annuale visita al fratello.
Quando infine lo and a trovare, lo trov gracile e smunto. "Che ti  successo?" gli chiese preoccupato.
"Pensavo non saresti pi venuto, e non avevo pi voglia di mangiare" gli rispose con voce debolissima. Nei suoi occhi balen un lampo di crudelt. Si alz e con una risatina isterica esib una pentola in cui bolliva della carne. "Ma adesso la festa pu cominciare. Accomodati e serviti di tutta questa carne di foca".
Sospettoso, lo sciamano si sedette, ma prima che iniziasse il pasto, si sent tirare per la manica del giaccone. Abbass gli occhi ma non vide nulla. "Scusami fratello" disse. "Mi sembra ingiusto che io mangi senza prima averti donato del cibo in cambio".
Con quella scusa usc, portando con s la carne.
Quando fu fuori, un vento gelido si alz e gli riemp gli occhi di neve. Nel vento gli parlarono gli spiriti, e lui seppe che quella non era carne di foca, ma carne umana.
Lo sciamano venne colto da un'ira cieca per la malvagit del fratello. Era risaputo che un solo boccone di carne umana ne causava un'insaziabile brama: per placarla, un uomo giungeva a uccidere persino il padre e i figli.
Dimentic cos il legame di sangue che lo univa al malvagio fratello e cov un desiderio di vendetta. "La maledizione ti colpir! Mangerai carne umana fino a morire!" grid nel vento, in direzione di colui che aveva tentato di farlo impazzire.
Prese allora dalla slitta un pezzo di carne di carib e lo strofin sulla carne umana, contaminandola. Rientr quindi nell'igloo e asciugandosi la bocca sulla manica simul un rutto di saziet. "Che pranzo fantastico" disse al fratello "prendi un po' della mia carne, ora" e gli porse il pezzo contaminato. Questi ne mangi, e lo sciamano attese i primi segni della follia. Quando l'altro cominci a guardarlo con aria stranita, a giocherellare con la lama del coltello da caccia e a leccarsi le labbra, seppe che l'inganno era riuscito. Si affrett allora a congedarsi.
Durante il viaggio di ritorno, mentre i cani da slitta abbaiavano alla luna, il desiderio di vendetta si tramut per in rimorso. A casa, lo sciamano si scopr incapace di dormire e di sognare e, una settimana dopo, il senso di colpa lo riport all'igloo del fratello.
Fuori, i cani ululavano nella eterna notte artica, ma dentro tutto taceva. Lo sciamano sollev con cautela il lembo di pelle che proteggeva l'ingresso e si infil nell'igloo.
I muri bianchi erano chiazzati di rosso; sul basso soffitto si vedevano impronte di mani insanguinate e pozze di sangue si erano congelate sul pavimento. Brandelli di carne lacerata, membra e organi umani ingombravano il giaciglio, come repellenti soprammobili. Lo sciamano trattenne un conato di vomito nel riconoscere i volti tumefatti e macerati dei vicini di casa del fratello.
L'assassino sbuc all'improvviso da dietro un cumulo di pelli e brandendo un coltello gli si avvent contro. Con un grido e un calcio lo sciamano lo spinse via e si precipit fuori, verso la slitta.
Eccitati dall'odore del sangue, i suoi husky ringhiavano e con frenesia strattonavano le corde dell'imbracatura. Lo sciamano tent di calmare i cani, ma il cannibale gli era gi addosso. Lo sciamano riusc a bloccare il fratello con un potente incantesimo, a divincolarsi e fuggire.
Nella spietata oscurit dell'inverno, lo sciamano giaceva sveglio nella sua casa di pietra, ossessionato dai ricordi d'infanzia. Invoc gli spiriti affinch cancellassero il male che aveva fatto, ma gli spiriti non gli risposero.
Ancora una volta il rimorso lo spinse all'igloo del fratello. Freddo e deserto, esso dava ormai giaciglio solo ai morti: la bestia che ne aveva divorato le carni era scomparsa. Nel chiarore della luna che per un attimo balen nell'oscurit pi buia della terra, lo sciamano vide delle impronte sulla neve fresca e ne segu il percorso tortuoso su per una collina di ghiaccio. Sotto una sporgenza rocciosa, giaceva il corpo del fratello.
Lo sciamano si avvicin e, non appena
lo tocc, si volt un cadavere congelato dagli occhi gonfi.
La notizia della tragedia si diffuse rapidamente nei radi insediamenti umani.
Bench fosse stato il fratello a tentare per primo di farlo impazzire, fu lo sciamano a cadere in disgrazia presso i villaggi. Il suo popolo preferiva infatti affrontare gli spiriti piuttosto che aver a che fare con un fratricida.
Lo sciagurato fin con l'impazzire. Gli sembrava che ogni boccone emanasse il fetore della carne umana putrefatta, che ogni goccia d'acqua avesse il sapore del sangue e del vomito. Un giorno scomparve, e quando, mesi pi tardi, andarono finalmente a cercarlo, lo trovarono morto nel suo igloo, circondato da cumuli di carne marcia. Cos fin lo sciamano, che aveva risposto all'odio con l'odio.
La tradizione artica, per, era ricca soprattutto di vittorie conseguite dagli sciamani sulle oscure forze del male. I bardi delle trib narravano in particolare di una battaglia contro un essere che non era n spettro n uomo.
Ebbe inizio un pomeriggio d'inverno, quando un uomo in preda al terrore si present da uno sciamano per chiedere il suo aiuto. "La mia famiglia  perseguitata" gli raccont. "Ogni volta che io e i miei fratelli usciamo con il kayak, le acque della baia si gonfiano a tal punto che le banchine cozzano l'una con l'altra, e minacciano di intrappolare le canoe. C' una forza misteriosa dietro questi eventi malvagi, l'ho vista:  qualcosa di piccolo, ma potente come una tempesta di ghiaccio, e si muove a velocit incredibile".
Lo sciamano riflett per qualche minuto. "La tua famiglia ha di recente abbandonato un neonato all'aperto?" domand.
L'uomo lo guard stupito. Poi, abbassando gli occhi, rispose: "S,  successo. Un mese fa, mia sorella ha dato alla luce una bambina. Ma avevamo a malapena di che vivere per noi e non potevamo sfamare nessun altro. Noi fratelli abbiamo allontanato la piccola dalla madre e l'abbiamo portata fuori dall'igloo. Le abbiamo riempito la bocca di neve perch non strillasse, e l'abbiamo lasciata l".
"La bambina ha un nome?" domand ancora lo sciamano.
"S".
"Tutto  chiaro, allora" gli spieg. "Uccidendo un neonato a cui  stato dato un nome, e quindi un'anima, avete creato un angiak, un bambino morto vivente che chiede vendetta. La sua carne potr putrefarsi, ma il suo spirito continuer a tormentarvi per sempre".
"Che gli di ci proteggano" disse l'uomo. "Ogni notte mi sveglio da un incubo e, come in sogno, vedo un mostruoso bambino succhiare i capezzoli di mia sorella. Ma sono certo che non si tratta di un incubo".
" cos, infatti" comment lo sciamano. "Un angiak ha bisogno di nutrirsi. Egli torna ogni notte dalla madre per succhiargli l'energia vitale e compiere cos la sua vendetta".
Lo sciamano usc dall'igloo, leg i cani alla slitta e segu l'uomo fino al suo villaggio sulla costa. Le forme scure degli iceberg proiettavano ombre spettrali sull'acqua.
L'intera popolazione del villaggio si era radunata sulla banchisa per osservare due uomini in kayak che lottavano per raggiungere la riva, inseguiti dall'angiak, la cui canoa era costituita dal diafano cranio di
un cane e la sua pagaia dall'osso di una zampa canina.
Quando fu sul punto di raggiungerli, si cre un enorme vortice che risucchi i kayak e gli uomini, tra urla di angoscia e terrore. Uno scoppio di risate inumane accompagn la loro fine.
Gli abitanti del villaggio si precipitarono in aiuto degli uomini. Grossi ami vennero assicurati alle lenze e con quelli si riusc finalmente a riportare a galla una delle vittime. La furia dell'angiak, per, non era placata. L'acqua si congel, intrappolando la vittima nel ghiaccio, la bocca aperta, gli occhi sbarrati nella morte.
Lo sciamano guard l'orizzonte e invoc l'aiuto degli spiriti. La madre dell'angiak prese a gemere, mentre lo sciamano sentiva una forza invisibile tirargli con forza la manica.
Una voce sconosciuta si lev tutt'intorno, rugg il nome della bambina morta e le ordin di lasciare la terra dei vivi. Aiutato dagli di, lo sciamano ripet il nome della bambina e disse: "Vai in pace, ora, vai nella gioia eterna".
Con uno scricchiolare di ossa, l'angiak emerse dalla
banchisa ghiacciata e cominci a pagaiare verso il mare aperto. Sfiorata dai primi raggi del sole della nuova estate, la minuscola creatura sembr dissolversi in una fiammata diafana e con un gemito scomparve sotto le onde.
Esausto per lo sforzo, lo sciamano fece ritorno alla sua casa. Aveva scacciato un demone e dato pace a uno spirito inquieto, ma sapeva che mille altri sarebbero giunti dall'aldil, perch il seme del male cavalcava i lamentosi venti dell'Artico, per rapire i vivi e i morti.


8. SANGUE SU UNA CASA REALE.

Sotto il limpido cielo egeo, la terra di Grecia  stata teatro di molti orrori: orgiastici baccanali di stupri, morte e sacrifici umani. Eppure nulla di quanto raccontavano gli antichi poeti ha mai grondato sangue pi della maledizione che colp la nobile casa degli Atrei, un seme malvagio che, una volta attecchito, prosper per generazioni, scatenando follia, disperazione e morte.
Migliaia di anni fa, in un'epoca in cui gli di erano soliti interferire nell'esistenza dei mortali, un principe guerriero di nome Pelope decise di diventare sposo di Ippodemea, figlia del re dell'Elide Enomao.
Era abitudine del sovrano sfidare personalmente ogni pretendente a una gara con le bighe. In caso di vittoria, lo sfidante avrebbe avuto sua figlia e la corona dell'Elide; in caso contrario sarebbe stato messo a morte.
Si sussurrava che l'atteggiamento di Enomao fosse dovuto alla passione incestuosa che covava per la splendida figlia. Vero o no che fosse, sembrava che nulla potesse impedirgli di vincere ogni gara: i suoi cavalli, dono del dio della guerra Ares, erano figli del vento; il suo auriga,
Mirtilo, era invece figlio di Ermes, il messaggero alato degli di. Bench ai pretendenti fosse concesso un vantaggio di mezz'ora, venivano immancabilmente superati dal re che, in preda a una sfrenata ilarit, li trapassava con la lancia. Come monito ai potenziali candidati, Enomao faceva poi impalare le teste dei rivali sconfitti su picche circostanti l'ampio ingresso del palazzo.
Prima di recarsi alla sfida in Elide, Pelope cerc a sua volta l'aiuto degli di e si rivolse a Poseidone, signore degli oceani. Il re del mare gli fece dono di un magnifico carro alato e di cavalli immortali cos veloci che potevano cavalcare sull'acqua come sulla terra.
Cos equipaggiato, Pelope si sent pronto e raggiunse il palazzo di Enomao. Sost a contemplare i teschi di quelli che l'avevano preceduto nell'impresa. Poi si tuff nelle tenebre.
Mentre scivolava nella penombra di un lungo corridoio, una stretta gli serr improvvisamente il polso. Il viso smunto di Mirtilo sembrava galleggiare nel buio davanti a lui. L'auriga di Enomao parl: "Anch'io brucio di desiderio per la bella
Ippodomea. Anche solo per una volta, voglio odorare il suo corpo profumato e carezzare i suoi splendidi seni. Ti propongo un patto: io far in modo che il re venga sconfitto nella gara, ma tu mi devi concedere la prima notte di nozze con Ippodomea. Accetti?" accentu la stretta. Pelope annu, e Mirtilo scomparve nel buio. Vennero cos gettati i primi semi del tradimento, perch Pelope era deciso a far s che Mirtilo non restasse in vita una volta terminato il suo compito.
Mirtilo tenne fede al patto. Manomise
le assi del carro di Enomao e lo persuase a gareggiare da solo. La corsa fu serratissima: i cavalli tendevano i colli per superarsi finch, pieno di
frustrazione, il re afferr con un grido di rabbia la lancia.
Stava per scagliarla contro la schiena di Pelope quando le ruote del suo carro si staccarono e il re, che si era avvolto le redini intorno all'avambraccio, fu scagliato fuori e trascinato dai cavalli in corsa.
Quando finalmente gli animali si fermarono, Enomao era morto.
Dopo l'ultimo, trionfale giro di pista, Pelope and a ricevere il suo premio. Quindi, insieme al complice e a Ippodomea, fugg sul mare diretto all'isola di Eubea, il carro divino che sfrecciava sulle onde come un delfino.
Quando furono vicini alla costa, Mirtilo ramment al giovane re il loro accordo, "Ho fatto la mia parte" gli disse guardandolo di sottecchi "ora tocca a me incassare il premio". Con un sorriso assente, Pelope lo colp con un remo scaraventandolo in acqua. Mirtilo si dibatt tra le onde mentre il traditore scompariva all'orizzonte.
Prima di morire, con l'acqua che gli gonfiava i polmoni, lanci contro Pelope una
maledizione: "Io maledico te e tutta la tua discendenza, dannato traditore! Non avrai pace fino a quando il mio odio eterno non sar consumato. Padre, ti prego di esaudire il mio ultimo desiderio!".
Il dio Ermes, padre di Mirtilo, accolse il suo desiderio e prese a tormentare con incubi Pelope, che fece il possibile per placarlo, innalzandogli splendidi templi. Fu tutto inutile, Ermes non era soddisfatto.
La maledizione si scagli sui due figli di Pelope e Ippodomea, Atreo e Tieste. Entrambi prncipi, ambivano al trono del prospero regno di Micene, il cui anziano sovrano stava morendo senza eredi. Un oracolo aveva consigliato ai Micenei di scegliere il loro successore nella famiglia di Pelope, e quando i due fratelli si recarono nella citt per conquistare la corona, Ermes not l'ostilit crescere tra i due e la foment. Fece in modo che Erope, la sposa di Atreo, si innamorasse disperatamente di Tieste, che non esit a sedurla per il gusto di tradire il fratello.
Mentre scambiava segrete carezze con Erope, Tieste meditava su come sfruttare quella relazione adultera per indebolire il fratello e assicurarsi il trono.
Le cose andarono per diversamente: Atreo scopr infatti l'adulterio. Al suo
posto, un altro avrebbe estratto la spada; lui, invece, sfrutt la situazione a suo vantaggio e grazie a una pubblica esibizione di dignitosa sofferenza e perdono, si guadagn l'approvazione degli anziani e il rispetto dei sudditi. Pentita, Erope torn da lui e divenne regina; Tieste, invece, considerato da tutti un fedifrago, fu mandato in esilio.
La vergogna e l'odio verso Tieste non cessarono per mai di sobbollere nel cuore di Atreo. Il pensiero delle dita sudate del fratello che palpavano la morbida carne della moglie diventarono un'ossessione.
Alla fine, escogit la sua vendetta. Fingendo la riconciliazione, invit Tieste a un banchetto. Con diffidenza, questi accett.
Mentre i due fratelli si abbracciavano, sicari inviati da Atreo penetravano nelle stanze in cui dormivano i cinque giovani Figli di Tieste e gli tagliavano la gola.
Ignaro della carneficina, Tieste banchettava. Parl poco con il fratello, ma quando per il gran cibo il ventre gli divent teso come la pelle di un tamburo, chiese: "Fratello, questo cibo  cos buono che vorrei conoscerne il nome".
"Vuoi il suo nome, fratello?" rispose Atreo con aria malvagia. "Ti accontento subito. Schiavi, portatemi il vassoio!".
Comparve nella sala un enorme vassoio d'argento. Atreo sollev il coperchio. Sul piatto, le teste mozzate dei cinque figli di Tieste guardavano il padre supplichevoli, le mani e i piedi mozzati come nauseante contorno.
Tieste si gett a terra in preda a spasmi e convulsioni.
"Ecco la carne che hai mangiato!" grid Atreo al fratello. "Prendine quanta ne vuoi, ma non credo sia un piatto da consigliare al tuo cuoco!" e rise di gusto, mentre dalla bocca e dal naso di Tieste erompevano.
come un osceno torrente, le carni e gli organi semidigeriti dei figli.
"Tu non sei pi mio fratello!" rantol Tieste, fissandolo con occhi da pazzo, la bocca sudicia di vomito. "Io ti maledico fino a quando avrai vita, la mia vendetta ti far pentire di tutto il male che oggi hai compiuto. Lo giuro!". E strisciando se ne and dal palazzo.
Per compiere la sua vendetta, Tieste consult l'oracolo di Delfi, da cui apprese che per sconfiggere Atreo doveva generare un figlio con la propria figlia, la sacerdotessa Pelopia. Solo un uomo nato da quell'unione incestuosa avrebbe potuto vendicare l'atroce massacro compiuto da Atreo. A quelle parole, Tieste chin il capo, sopraffatto dal dolore.
Comprese allora che dal male poteva essere generato solo il male.
Si rec ugualmente al tempio dove stava Pelopia, per compiere la sua vendetta. Nascosto nel bosco vicino al fiume, attese che la giovane vi si recasse per lavarsi. Subito le fu addosso e, premendo a terra il viso della figlia affinch non lo riconoscesse, comp lo stupro incestuoso.
Mentre lottava per difendersi, Pelopia riusc a strappare la sua spada dal fodero, e quando Tieste fugg dimentic di recuperarla. Da allora la giovane non se ne separ un solo istante, decisa a identificare prima o poi il suo aggressore.
Come Tieste, anche Atreo consult l'oracolo di Delfi, che lo esort a cercare il fratello. Ne segu allora le tracce fino al tempio, dove trov Pelopia piangente sui gradini.
Il dio Ermes intervenne di nuovo; sotto la sua invisibile influenza Atreo si innamor della giovane nipote e, abbandonata la ricerca di Tieste, la prese in moglie. Era libero di farlo: prima di lasciare Micene, aveva dato ordine di uccidere Erope.
Pelopia dette alla luce il figlio che il padre le aveva spinto con violenza nel grembo. Poich odiava con tutta se stessa il frutto dello stupro, abbandon il neonato alle pendici di una montagna.
Atreo per lo ritrov, e dopo avergli dato il nome di Egisto lo allev e volle farne il suo erede.
Dopo una lunga ricerca, i sicari di Atreo trovarono Tieste e con la forza lo portarono a Micene, dove per ordine del re venne rinchiuso in una cella. Atreo ordin poi a Egisto, che aveva appena compiuto sette anni, di scendere da solo nella segreta e uccidere il prigioniero, per dare prova del suo coraggio.
Terrorizzato dalla prospettiva di fallire, il giovane rub la spada che la madre teneva nascosta sotto il letto e strisci gi per gli scalini di pietra che portavano alla cella. A lungo indugi a osservare il prigioniero immerso nel sonno, la lama che gli tremava nella mano, rimandando il colpo finale attimo dopo attimo.
Tieste si dest all'improvviso e lo agguant per il braccio. La spada cadde a terra e Tieste soffoc il grido di Egisto tappandogli la bocca con una mano.
"Dove hai preso questa spada?" lo interrog.
In lacrime, il giovane rispose: "Era sotto il letto di mia madre, Pelopia".
Tieste gett la testa all'indietro e proruppe in una risata. Poi afferr Egisto e lo scosse forte, puntandogli la spada alla gola. "Avrai salva la vita a tre condizioni" gli disse. "La prima: portami tua madre".
Lo lasci andare. Egisto torn di corsa al palazzo e and in cerca di Pelopia.
Quando entr nella cella, Pelopia riconobbe immediatamente il padre e gli si gett tra le braccia. Tieste le accarezz i capelli e le sussurr all'orecchio: "Grazie per avermi restituito la spada che avevo smarrito tanto tempo fa".
Pelopia intu solo in quel momento la verit, una verit talmente atroce che la fanciulla ne fu sopraffatta. Con un gesto violento si strapp dalle braccia del padre, si gett sulla spada e si trafisse il petto, spaccandosi il cuore. Tieste la guardava impassibile.
Estrasse delicatamente l'arma dal corpo della figlia e si volt verso Egisto, che piangeva accovacciato in un angolo. Gli disse: "La seconda condizione: porta la spada insanguinata ad Atreo e digli di aver portato a termine la tua missione. Poi torna qui". Il ragazzo obbed.
Nell'apprendere che Tieste era stato ucciso, Atreo si sent come liberato da un peso enorme. Prese in braccio il figlio con gioia. "Questo  il giorno pi bello della mia vita!" esclam, e ordin agli schiavi di portargli del vino.
Mentre il re banchettava, nella cella Tieste raccontava a Egisto la verit sulla sua nascita. Poi gli disse: "La terza condizione  questa: Uccidi Atreo". Egisto torn al palazzo e balz su Atreo colpendolo a morte. Fu cos che Tieste vendic i propri cinque figli e conquist il trono di Micene.
La maledizione non risparmi neppure la terza generazione di Pelope. Alla morte del padre, Agamennone e Menelao, i figli che Atreo aveva avuto da Erope, fuggirono da corte e presero a vagabondare per l'Egeo, guadagnandosi da vivere come
mercenari. Riuscirono cos a ottenere la protezione del bellicoso Tindaro, re di Sparta, e con il suo aiuto Agamennone cinse d'assedio Micene e depose Tieste.
Egisto fugg, ma i sentieri dei fratellastri erano destinati a incontrarsi di nuovo.
Alcuni anni dopo, la guerra esplose in tutto il mondo ellenico. Paride, figlio di Priamo, re di Troia, rap Elena, la bella moglie di Menelao, e la condusse con s a Troia.
Per cancellare quel disonore, Agamennone, capo della famiglia, decise di riprendersi la donna con la forza e part con un'enorme flotta alla volta di Troia. Egisto, ormai adulto, lasci il suo nascondiglio dopo la partenza del fratellastro per insinuarsi ancora una volta alla corte di Micene, ora governata da Clitennestra, moglie di Agamennone. Senza neppure celarsi sotto mentite spoglie, prov a sedurla.
Clitennestra aveva ben pochi motivi per amare il marito - lo aveva sposato perch costretta - ma si ostin a respingere le offerte di Egisto, finch un giorno giunsero dei messaggeri che portavano una terribile notizia: gli di avevano trattenuto la flotta greca in Aulide perch contrari alla guerra e volevano che Agamennone tornasse indietro. Se avesse rifiutato, avrebbe dovuto farsi raggiungere dall'amata figlia Ifigenia e offrirla in sacrificio.
Agamennone si trov costretto a scegliere tra il suo amore di padre e i suoi obblighi di condottiero. Nella solitudine della sua tenda, cammin per ore, in lotta con la coscienza. Alla fine decise: ordin di mandare a prendere la figlia. Non appena la incontr, le disse che sarebbe stata condotta all'altare vestita di bianco perch promessa sposa a un valente eroe.
Quando furono sull'altare, comand invece al sacerdote di pugnalarla. Mentre i suoi ordini venivano eseguiti, Agamennone pianse come un bambino, ma n il pianto n il dolore potevano giustificarlo agli occhi della moglie, che per vendetta si gett tra le braccia di Egisto. Mentre s dava al fratellastro del marito desider che quello tornasse vivo dalla guerra, per ucciderlo di persona.
Dopo dieci lunghi anni, Troia cadde e Agamennone torn a Micene. Clitennestra lo accolse a braccia aperte, lo prese per mano e lo condusse in bagno, dove cominci a spogliarlo. Poi ag. Intrappol la testa del marito in un panno e chiam Egisto, nascosto nell'ombra, che con una daga colp ripetutamente il fratellastro, fino a restare coperto del suo sangue. Ma Agamennone era forte, e non si decideva a morire: fu Clitennestra a finirlo, mozzandogli la testa con un'ascia.
Esausto, Egisto si accasci a terra, ma la sua complice non aveva ancora finito. Con l'ascia ancora in mano, and alla ricerca dei propri figli, decisa a uccidere il primogenito Oreste.
Era certa che questi, una volta cresciuto, avrebbe tentato di ucciderla per vendicare il padre.
Intuendo le intenzioni della madre, Elettra, la sorella di Oreste, lo fece nascondere. Da quel giorno, Clitennestra visse nell'angoscia della vendetta del figlio. E aveva ragione: passarono vent'anni e Oreste si ripresent.
La notte prima, Clitennestra ebbe un incubo: sogn di partorire un serpente velenoso che dal suo seno le succhiava il sangue.
Era Oreste, lo sapeva, era Oreste il serpente che lei aveva allattato.
Si svegli in un bagno di sudore, consapevole di essere prossima alla morte. Mentre si rivoltava nel letto, Oreste si stava avvicinando a Micene. Era pronto alla sua vendetta: l'oracolo di Delfi gli aveva detto che l'ora era giunta.
Ogni mattina, Elettra si recava al luogo di sepoltura del padre Agamennone. Riconobbe subito Oreste, che la attendeva nel debole chiarore dell'alba, e corse ad abbracciarlo. Poi lo condusse al palazzo, dove lui chiam la madre.
"Mia regina" disse, fingendosi un messo, "vi porto una notizia terribile: vostro figlio Oreste  perito in terra straniera". A quelle parole, il cuore della donna danz, colmo di felicit. La regina corse ad avvertire Egisto che, ancora intorpidito dal sonno, apr la porta.
Oreste irruppe all'interno e senza proferire parola conficc il coltello nella bocca di Egisto e lo trafisse da parte a parte. Poi si volse verso la madre.
Inutilmente Clitennestra supplic misericordia: il giovane la afferr per i capelli e, trascinatala vicino al corpo dell'amante, le tagli la gola. Fu allora che commise un errore fatale.
Quando alz gli occhi verso le scale, incontr lo sguardo terrorizzato della piccola Figlia di Egisto e Clitennestra. Rapido la insegu, la raggiunse e, inchiodatala al muro, la uccise. A quel punto, una folla di cittadini incuriositi si riun davanti ai cancelli del palazzo. Ansimante, Oreste prese ad arringarla. "Non ho forse fatto bene a liberare Micene dai suoi malvagi tiranni?" esclam con enfasi. "Gli di hanno voluto tutto questo. Gli di sono con me!".
I Micenei parvero soddisfatti di quel discorso, ma non gli di: in nessun modo avrebbero potuto giustificare il brutale assassinio di una bambina.
Oreste stava ancora parlando che le Furie, spietati messaggeri della collera divina, scesero dal cielo e si avventarono su di lui. Avevano vipere per capelli, musi di cani e scheletriche ali di pipistrello. Per sei giorni e sei notti le bestie urlanti banchettarono con la carne di Oreste, senza ucciderlo, infliggendogli i dolori pi atroci che un mortale potesse sopportare. Poi scomparvero.
Oreste, ridotto a una maschera di sangue, raggiunse allora barcollando la piazza del mercato, dove la gente si era radunata per assistere al definitivo volere divino. Finalmente la risposta arriv.
Il sommo sacerdote decret che gli di non avevano perdonato Oreste e che egli avrebbe dovuto essere scacciato dalla citt. I Micenei non avrebbero dovuto offrirgli n acqua, n cibo, n riparo.
Oreste venne cos bandito dalla citt che aveva liberato. Per un anno vagabond nel deserto che circondava Micene, perennemente tormentato dalle Furie, costretto a nutrirsi di fango e degli insetti che gli pizzicavano il corpo.
Per un anno non pot lavarsi dalle mani il sangue delle sue vittime.
Gi la pazzia cominciava a portargli via la mente quando Atena, la compassionevole da della legge e della ragione, lo assolse dai suoi crimini, lo cur e lo lasci andare in pace.
L'intervento di Atena pose fine alla maledizione che per quattro generazioni aveva torturato la casa degli Achei a causa del tradimento di Pelope.


9. UNA BURRASCOSA RESA DEI CONTI.

Un tempo, i pescatori dei bui fiordi della Norvegia settentrionale
sapevano bene che il mondo nascondeva pericoli molto pi
grandi dei capricci del mare. Quando la barca beccheggiava sull'acqua plumbea, in attesa che i pesci entrassero nella rete, i pescatori si divertivano a spaventarsi l'uno con l'altro con racconti di uomini che avevano affrontato pericoli soprannaturali e ne avevano pagato il prezzo. Uomini come Elias, che un giorno aveva condannato se stesso e la sua famiglia perch aveva il ventre vuoto e un orgoglio insaziabile.
La colpa di Elias fu di uccidere una foca arenatasi nei pressi di casa sua. Come tutti i navigatori delle coste settentrionali, sapeva che quegli animali portavano sfortuna. Si diceva infatti che ospitassero le anime dei peccatori suicidatisi in mare.
La prudenza suggeriva pertanto a Elias di non toccare quella foca. Ma aveva sei figli da nutrire e la sua famiglia non toccava carne da un mese. Conficc quindi il suo arpione nella schiena dell'animale. Come spinto da una forza ultraterrena, la foca si dibatt fino a liberarsi, e spezzato in due l'arpione, si mise eretta. Per una frazione di secondo, Elias si trov a fissare due occhi ardenti e una bocca contorta dall'odio. Poi la bestia scomparve, lasciando a galleggiare tra i flutti l'asta spezzata dell'arpione.
Con il passare dei mesi, Elias dimentic l'accaduto. Ogni giorno usciva in mare seguendo la corrente e ogni sera lavorava nella rimessa alla manutenzione della sua barca. Fu proprio nella rimessa che ebbe una premonizione. Una sera, mentre stava accovacciato sullo scafo rovesciato
intento al lavoro, nell'alzare lo sguardo vide un volto sconosciuto, tirato in una smorfia di follia, a pochi centimetri dal suo, cos vicino che sentiva il suo alito sul collo. Con uno scatto balz in piedi, ma il misterioso visitatore era gi scomparso. Elias riusc per a intravedere il bagliore dell'asta metallica che gli spuntava dalla schiena. Non rivel a nessuno l'accaduto. Sapeva infatti quello che gli avrebbero detto gli altri: che era sotto l'incantesimo di un draug, gli spiriti maligni che emergevano dal mare per inseguire gli uomini condannati a morte. Nessuno avrebbe pi accettato di uscire a pesca con lui e nessuno avrebbe comperato il suo pesce. Era maledetto.
Nelle settimane successive, Elias us ogni cautela in mare e mantenne la sua barca vicino alla costa. Per un mese e pi, non accadde nulla. Un pomeriggio per, ritirando le reti, il pescatore si accorse che erano ricoperte di una strana schiuma. Si ritrasse disgustato e in preda alla disperazione: in quella spuma screziata aveva riconosciuto il vomito di un draug, un presagio di morte per annegamento. Sentendo avvicinarsi un'altra barca, si affrett a gettare le reti in mare per nasconderne il contenuto. Una voce lo chiam al disopra del fragore delle onde, ma quando si volt per rispondere, non vide che il vuoto oceano. Fino alla linea dell'orizzonte non c'era in vista una sola imbarcazione. Nei giorni successivi, Elias rimase a letto fingendosi ammalato: non aveva il coraggio di riprendere il mare. Il cibo per cominci a scarseggiare e ci lo indusse a vincere la paura e ad affrontare ancora una volta le acque. Ben presto si convinse che i suoi timori erano infondati: le sue reti erano sempre piene di pesce e il draug sembrava svanito. Con il tempo, Elias si convinse che le ombre che lo avevano minacciato erano svanite e ne allontan il ricordo dalla propria mente.
Passarono otto anni. Bernt, il figlio maggiore di Elias, era ormai adolescente e in grado di accompagnarlo nelle quotidiane battute di pesca. Grazie al suo aiuto, Elias poteva restare in mare pi a lungo e il suo bottino si faceva sempre pi abbondante. La sua famiglia mangiava bene e riusciva perfino a mettere da parte un po' di cibo per venderlo. Arriv quindi il giorno in cui ci fu abbastanza denaro per acquistare una barca nuova.
Un mattino di dicembre, Elias part con la moglie e i figli per raggiungere il porto di Rangen, dove viveva il miglior costruttore navale del distretto. Quando Elias gli espose le sue necessit, il vecchio gli mostr la robusta imbarcazione che aveva messo a punto proprio quell'autunno.
Il pescatore la esamin con attenzione e subito se ne innamor. La barca era un autentico capolavoro, costruita non solo per sopportare le inclemenze del tempo, ma anche per dare gioia a chi la guidava. Quando Elias scopr che il prezzo era alla sua portata, concluse l'affare senza indugi.
In un primo momento, appesantita da otto persone e dalle ceste cariche di provviste, l'imbarcazione parve sprofondare nell'acqua, ma non appena fu in mare aperto, la sua vela maestra si gonfi con un sospiro e la prua si tuff fra le onde, scivolando sul mare come olio sull'argento. Elias rideva di gioia e grid ai suoi che la nuova barca era certamente la pi veloce di tutta la costa. Aveva appena pronunciato quelle parole quando not un'altra imbarcazione, identica alla sua, che avanzava parallela a loro.
Bench aguzzasse gli occhi per vedere attraverso gli spruzzi delle onde, riusc a scorgere solo le schiene degli uomini dell'equipaggio: pareva che si sporgessero all'esterno, per contrastare il vento. Lo stavano sfidando.
Di colpo fu come se tutto il buon senso acquisito in una vita in mare abbandonasse il pescatore. Il tempo andava peggiorando, e il cielo plumbeo incombeva sul mare: si stava preparando a una violenta tempesta. La ragione suggeriva a Elias di veleggiare subito verso casa, ma qui era in gioco il suo orgoglio. Gridando per farsi sentire controvento, ordin a Bernt di alare la vela. Con un sussulto, la barca si slanci in avanti, cavalcando le onde e inondando di spruzzi i suoi occupanti.
Scese la notte e le due barche ancora gareggiavano, una di fianco all'altra. Elias guardava stupito la fosforescenza nell'acqua che circondava i suoi sfidanti. "Chi sono questi uomini?" si domand. Uno spiacevole ricordo affior nella sua memoria e si sent d'improvviso pieno di angoscia per i suoi cari, che ora tacevano rannicchiati in fondo alla barca. Fece segno a Bernt di portare la barca sottovento. Troppo tardi.
Proprio in quel momento, un gigantesco cavallone, che sembrava cadere dal cielo, si schiant su di loro.
Mentre l'acqua gli riempiva la bocca e le orecchie, Elias credette di sentire un grido. Quando la furia dell'onda pass, il pescatore si accorse che a gridare era stata sua moglie. I bambini pi piccoli, che lei teneva stretti a s, le erano stati strappati di braccia dall'acqua e scaraventati fuori bordo.
La disperazione s'impossess di Elias. Era impossibile, con quel tempo, tornare indietro e cercarli. Non fin neppure il pensiero che un'altra onda li invest. Elias manovr la barca in modo da prenderla in obliquo e url a Bernt di aprire la vela. Ma gli scricchiolii del legno ingoiarono le sue parole. Sent un corpo precipitargli addosso. Fece per afferrarlo ma gli fu strappato via. In un vortice di acqua spumosa, i suoi occhi incontrarono quelli della moglie che, dibattendo le braccia, veniva trascinata sulla cresta dell'onda e poi spariva nell'oscurit.
L'altra barca si accost tra i flutti. L'uomo al timone sembrava rilassato, come indifferente alla terribile tempesta. Si volt verso Elias e con aria complice si batt un dito sul naso. Quindi cambi bruscamente rotta e scomparve nella notte. Solo il chiarore della luna, strappando un bagliore metallico alla poppa della barca, segnal la direzione che aveva preso.
Un'altra ondata. Bernt grid per avvertire il padre, ma il cavallone fu sopra di loro prima che Elias potesse muovere un solo muscolo. La barca scomparve sotto l'acqua per riafforare qualche secondo dopo, rovesciata. Elias era aggrappato al timone, Bernt e il fratello Martin si tenevano stretti agli scalmi. Erano i soli rimasti vivi. Elias li esort a non mollare la presa e a non perdersi d'animo. Oltre a quello, non c'era nient'altro da fare.
Andarono alla deriva per un'ora, prima che il vento calasse. Solo allora Elias ud la voce di Bernt all'altro capo della barca: gli diceva che Martin era morto. Una risata crepit nel buio e quando si volt, il pescatore vide che la misteriosa imbarcazione era tornata. Allora, comprese finalmente che cosa doveva fare per salvare la vita dell'unico figlio sopravvissuto. Solo la sua morte avrebbe placato il draug.
Senza esitazione, Elias lasci la presa e si abbandon al mare e al suo destino. Spalanc la bocca per accelerare la sua fine lasciando entrare l'oceano nei suoi polmoni, e mentre soffocava una risata liquida echeggi dal profondo buio del mare.
Il mattino seguente, Bernt fu ritrovato su alcuni scogli non lontani dalla riva che vaneggiava in preda al terrore, semiassiderato. Ai soccorritori che lo avvolgevano nelle coperte, il ragazzo farfugli di incantesimi e maledizioni, indicando freneticamente l'orizzonte.
Tutto quello che gli altri videro fu per una foca maschio che nuotava pigramente vicino alla riva.


10. LA SPOSA DELLO SPETTRO.

Nei secoli passati, gli indiani che
vivevano lungo la costa occidentale del Nord America, la sera sedevano davanti ai tepee e ascoltavano i suoni che giungevano dalla terra dei morti.
Gli sciamani dicevano che essa si stendeva al di l dell'oceano ma che era molto pi vicina di quanto si pensasse e che c'era stato un tempo in cui gli uomini potevano visitarla. Con l'invecchiare del mondo, tuttavia, la frontiera tra il reale e il magico, tra i vivi e i morti, era stata chiusa e solo una creatura poteva ancora muoversi liberamente tra i due mondi: il barbagianni.
Chi lo vedeva passare o sentiva il suo verso quasi umano, rabbridiva pensando al luogo da cui proveniva. Una favola racconta dell'ultima visita di un essere umano a quell'arcana terra. Fu una giovane donna, figlia di un grande capo.
La casa in cui la fanciulla viveva era la pi ricca del villaggio e davanti a essa si ergeva un magnifico totem raffigurante molti animali mitici. Lei era bella, e molti giovani l'avrebbero voluta in sposa, ma il padre si opponeva e respingeva tutti.
La ragazza nascondeva la propria tristezza, ma non altrettanto facevano i suoi pretendenti. Gli ostinati rifiuti del capo erano considerati un segno di arroganza e disprezzo e cominci a diffondersi la voce che l'uomo sarebbe stato punito per il suo orgoglio. Ben presto la profezia si avver.
Il capo si dimostr cos ostinato da respingere perfino il figlio dello sciamano della trib - uomo noto per la sua conoscenza del mondo degli spiriti - il quale, per cancellare il disonore, si mise in cerca dello strumento pi adatto per consumare la propria vendetta.
Si rec pertanto in una grotta della foresta, un luogo di grande mistero e potere, dove i cristalli di quarzo scintillavano nella penombra. Lo sciamano ne prese un frammento e lo tenne nel palmo della mano, intonando un canto che si armonizzava con le vibrazioni emesse dalla potente pietra, e chiedendo al popolo degli spiriti di prendere in sposa la Figlia del capo trib.
Quella notte, la giovane fu attirata fuori casa da un dolce canto che sembrava galleggiare sull'acqua. Torce fiammeggianti illuminavano l'oscurit e le canoe che muovevano verso il villaggio.
Poich le imbarcazioni erano cariche di doni costosi, la fanciulla comprese che si trattava di una festa nuziale e, quando un guerriero giovane e aitante scese dalla prima e le and incontro, cap che la sposa era lei. Non vide lo sciamano, che poco distante sorrideva tra s e s.
Il visitatore ordin ai suoi di scaricare le canoe e trasportare il loro contenuto nella casa della sposa. Al villaggio, non si erano mai visti doni cos magnifici: cataste di coperte tessute con pelo di capra di montagna e robuste fibre di cedro rosso, raffinate scatole su cui danzavano figure mistiche, flauti di pietra intagliata, maschere decorate con perline e capelli, cesti in radice di abete fittamente intrecciati.
Fece infine il suo ingresso il pretendente, preceduto dal pi prezioso dei tesori: due lucidi scudi in metallo pregiato provenienti dall'estremo nord, ciascuno dei quali valeva migliaia di coperte.
La ragazza not che il padre rimaneva impressionato dalla munificenza del giovane capo non meno che dal suo atteggiamento cortese e rispettoso. Egli si lasci convincere e, con grande gioia della figlia, la autorizz a sposare lo straniero.
Fu allestito uno splendido banchetto, nel corso del quale gli abitanti del villaggio cantarono le glorie passate e le vittorie dei loro antenati. Poi, completati i riti nuziali, i visitatori salirono sulle canoe portando con s la sorridente sposa, e scomparvero nella notte.
Il viaggio sembr durare solo pochi istanti e quando giunsero a destinazione era ancora buio. Nonostante l'ora tarda, il villaggio del giovane capo era pieno di gente e la sposa fu salutata da una folla sorridente.
Il marito la condusse nella casa pi bella che lei avesse mai visto. Si sent orgogliosa di essere entrata a far parte di un clan cos ricco e numeroso, e fu ancora pi felice scoprendo che il marito era passionale e pieno di vigore. La notte di nozze fu lunga e intensa, e alla fine la giovane si addorment, stretta al suo sposo sulle pelli morbide del loro giaciglio.
Il suo animo, tuttavia, divent inquieto, e oscuri presentimenti tormentarono i suoi sogni. Intrappolata tra il sonno e la veglia, si agit inquieta per il resto della notte.
Quando si dest, una luce pallida filtrava dalle fessure delle travi del soffitto e un fetore di capelli arsi e carne bruciata riempiva la casa, e su ogni cosa incombeva un inquietante silenzio.
La giovane si volt verso lo sposo che le dormiva accanto per cercare conforto, ma quando lo sfior il suo disagio si trasform in orrore. Le sue dita infatti non avevano accarezzato la pelle tirata e i muscoli sodi dell'uomo che aveva sposato, ma qualcosa di viscido e freddo. Il marito era scomparso: al suo posto giaceva un cadavere in decomposizione.
Con un grido, la fanciulla ritrasse la mano, ma cos facendo urt il teschio, che cadde sul lato, fissandola dalle sue orbite vuote. In preda al terrore, la ragazza si precipit fuori della casa nella luce caliginosa del mattino, ma si trov su una spiaggia ingombra di uno sterminato numero di ossa. L'allegra trib che l'aveva accolta la sera prima era scomparsa, lasciandola sola in quello scenario da incubo.
Singhiozzando, la giovane corse a tuffarsi in mare, e le acque fredde della baia la calmarono. Poich nessuno la seguiva, si
sforz di riflettere con calma su una via di fuga.
Le tornarono in mente le canoe con cui erano arrivati. Torn allora alla spiaggia e si affrett verso il luogo in cui avevano attraccato. Le robuste imbarcazioni si rivelarono per inutili scafi marci completamente ricoperti di alghe.
La giovane non disper: dalla baia vicina aveva visto levarsi un filo di fumo. "Finalmente un segno di vita!" pens, e corse in quella direzione senza badare alle ossa che calpestava o frantumava. Vicino al fuoco vide una donna anziana, di corporatura robusta.
Corse da lei piena di domande. "Aiutatemi, aiutatemi, vi prego" la implor. La vecchia la guardava con occhi vuoti. "Vi prego aiutatemi, sono in pericolo". Poi, come destatasi da un sogno, chiese alla vecchia: "Ma, in nome del grande Wakan-Tanka, voi chi siete?".
"Il mio nome  Barbagianni" le rispose la vecchia sorridendo. Ogni speranza abbandon allora l'indiana. Ora aveva la certezza che i suoi timori erano fondati: si trovava nella terra dei morti, perch il Barbagianni, a volte uccello a volte donna, era in realt uno spirito.
"Ascoltami" le disse la vecchia. "Ogni notte, gli abitanti di questa terra riacquistano l'aspetto che avevano prima di morire e si comportano come se fossero ancora vivi. Ma all'alba tornano a essere ci che sono: scheletri. Tu sei condannata a vivere qui, ma il tuo soggiorno pu essere meno tormentoso se ti abituerai a dormire di giorno e a vivere di notte, quando il pallido riflesso di ci che erano torna a ricomporre le ossa dei tuoi compagni". La ragazza abbass gli occhi e annu, accettando il proprio destino.
Ben presto cal il crepuscolo, e con il buio si lev il mormorio dei morti che si
destavano. Non erano per i suoni felici della notte prima, ma gemiti e grida.
Spaventata, la ragazza si raggomitol accanto al Barbagianni, guardando le figure che si avvicinavano, alcune senza braccia e senza gambe, altre grottescamente contorte o deformi. I morti le si affollarono intorno e la accusarono di aver provocato quelle deformit calpestando le loro ossa durante il giorno.
Con orrore, la ragazza not che l dove aveva allontanato un teschio con un calcio, la luce della luna rivelava un cadavere senza testa; nel punto in cui aveva fracassato le delicate ossa di una mano femminile, la morta esibiva un moncherino.
Barbagianni difese la fanciulla: "Dovete rimproverare solo voi stessi per quello che  successo" disse all'assurda folla. "Voi avete trascurato di spiegare alla sposa quale sarebbe stato il suo destino. La colpa  solo vostra".
Borbottando, gli spettri si diressero verso il villaggio e la giovane donna torn dal marito.
Anche lui era deforme: quella mattina, nel ritirare bruscamente il braccio, lei gli aveva torto il collo, e quasi lo aveva spezzato.
Il tempo per guar le ferite e con il tempo la ragazza impar a vivere fra i suoi nuovi compagni.
Ricorrendo al semplice stratagemma di tenere gli occhi chiusi fino a quando non udiva la voce del marito, non si svegli pi accanto a un morto e, come Barbagianni aveva predetto, cominci anche a sentirsi felice in quello strano e bizzarro mondo.
Un giorno la ragazza rimase incinta, ma quando diede alla luce un maschio pieno di salute, nel villaggio l'atmosfera si fece cupa.
"Il bambino  un essere vivente" le dissero gli spettri "non pu restare qui". Bench pieno di tristezza, il marito le disse che lei e il figlio dovevano andarsene.
Quattro giorni dopo il parto, lo sciamano del villaggio dei morti bagn il piccolo nelle acque della baia, cos da renderlo robusto.
Tra il frastuono dei sonagli e il rombo dei tamburi, lo sollev verso il cielo, offrendolo alla protezione dell'orso, l'animale totem del clan. Tess un incantesimo su alcune strisce di corteccia di cedro rosso e vi avvolse il neonato, che colloc poi in una culla splendidamente intagliata.
Raccomand alla madre di non togliere le fasce al piccolo finch questi non avesse trascorso dodici giorni nel mondo dei vivi. In caso contrario, sarebbe diventato uno spettro, come suo padre, e sarebbe stato costretto a dimorare per sempre nel mondo dei morti.
Una volta caricate le canoe, il gruppo affront le acque verso la terra dei vivi. La giovane donna fu accolta con grande gioia dai genitori e dalla famiglia, e molti doni furono scambiati fra le due trib; i rispettivi guerrieri intonarono canti di coraggio e la festa si prolung fino a tarda notte.
Con un ultimo sguardo d'amore alla sua famiglia, il marito lasci in seguito, il villaggio insieme ai compagni. Di li a poco le loro barche svanirono nell'oscurit.
La donna aspett che il canto si spegnesse prima di rivelare alla sua gente che il marito e gli altri erano spettri.
Gli anziani della trib non si mostrarono sorpresi: a quei tempi, infatti, eventi simili non erano rari.
Guardarono il bambino, e la donna spieg loro che entro dodici giorni sarebbe diventato umano, purch venissero rispettate le istruzioni dello sciamano. Da quel giorno, ogni mattina and a raccogliere muschio verde per rivestire l'interno della culla, lasciando il figlio alle cure della nonna.
Costei trascorreva gran parte del tempo fissando il volto del nipote, che ricambiava il suo sguardo con un'espressione ineffabile. La curiosit della nonna cresceva con il passare del tempo al punto tale che l'undicesimo giorno, al suo rientro, la figlia la sorprese intenta a sfasciare il piccolo.
Era troppo tardi per fermarla: sotto
una coperta di piume di cincia e colibr, poggiato su uno strato di sabbia finissima, giaceva un minuscolo scheletro di ossa candide. La madre incontr lo sguardo sconvolto della figlia e, impazzita dal rimorso, afferr la culla con il suo lugubre contenuto e la scaravent fuori di casa.
Nel vedere i resti del figlio disseminati disordinatamente sul suolo, la giovane donna cap che cosa doveva fare: doveva tornare nella terra del marito. Raccolse le fragili ossa e le rimise nella culla ricomponendo il piccolo scheletro, quindi si accovacci davanti a casa, gli occhi fssi sull'azzurro del mare, mentre la trib intorno a lei piangeva la sua partenza.
Gli spiriti andarono a prenderla quella notte stessa. Il loro arrivo non fu annunciato da canti, ma dal martellante suono di tamburi. Poche parole furono scambiate e nessun dono pass di mano.
La donna ebbe appena il tempo di mormorare un fugace addio ai genitori dolenti prima che le canoe si staccassero dalla riva e svanissero nel buio.
Da quel giorno, tra il mondo dei vivi e quello dei morti non ci fu pi alcun contatto. Alcuni anziani dissero che era la donna a voler tenere separate le due trib, per punire la madre del suo gesto. Altri pensavano invece che fosse la volont degli spiriti: avevano rivelato alla fanciulla troppi segreti per concederle di ritornare.
Anche se le canoe dei morti non fecero pi ritorno al villaggio, negli anni successivi giovani guerrieri dallo sguardo acuto sostennero di aver visto nelle notti limpide una canoa solitaria scivolare al largo sull'acqua illuminata dalla luna.
Il suo unico occupante sedeva immobile, il viso rivolto verso la terraferma. Se non c'era vento dicevano che a volte si udiva, al disopra dello sciacquio delle onde, un debole e lontano pianto di donna.


11. IL BACIO DEL MALE.

Secondo le leggende pi antiche, un tempo le terre della
Mesopotamia erano cariche di potere e magia e popolate da strani spiriti.
Il deserto custodiva enormi uccelli le cui ali eclissavano il sole, di donne cannibali che vivevano sotto la sabbia bollente e di esseri troppo ripugnanti perch gli uomini potessero chiamarli per nome.
Tra gli spiriti del male, i pi numerosi erano i jin. Appartenevano a una razza pi antica di quella umana e dominavano le notti buie, i luoghi sotterranei, i letti dei fiumi asciutti e i deserti.
I jin erano inoltre i custodi dell'oro dei pi crudeli tiranni defunti, tesori trafugati nelle guerre e ancora macchiati del sangue di innocenti.
A volte, spinti dalla fame o dalla bramosia, gli uomini rischiavano di perdere la propria anima nel tentativo di conquistare queste ricchezze nascoste.
Cos accadde allo sfortunato protagonista della nostra storia: Abdul Rehman Abu Sultan.
Abdul viveva nei sobborghi della cittadina di Basra, e non si rassegnava a una vita di povert.
***
Un tempo, le terre della sua famiglia situate nei pressi di un fiume e quindifacili dairrigare, erano fertili, verdi di erba medica e ricche d'orzo.
Con il passare degli anni per, con l'acqua che inesorabile inondava i campi e il caldo del deserto 
che li cuoceva, una patina di sale si era depositata sul terreno rendendolo infruttuoso, e aveva precipitato la famiglia di Abdul nell'indigenza.
Abdul non era cattivo, ma era accecato dal desiderio di essere ci che non avrebbe mai potuto essere. Era povero, e desiderava a tutti i costi essere ricco; era ignorante, e desiderava a tutti i costi essere saggio.
Con questo insaziabile desiderio che ogni giorno di pi gli divorava il cuore, Abdul trascorreva le tiepide giornate invernali piangendo sulle sue disgrazie nella casa del caff, dove l'implacabile luce del sole filtrava attraverso le stuoie che coprivano le pareti, incendiando l'aria resa fumosa dal carbone che bruciava nel braciere.
L si riunivano gli uomini del distretto per bere tazze su tazze di caff dolce e denso e per discutere dei loro guai. La voce di Abdul sovrastava sempre le altre.
Un giorno capit fra loro uno straniero. Mentre ascoltava quelle infinite lamentele, l'uomo giocherellava platealmente con le sue collane per ostentarne le pietre preziose. Poi si aggiust le pieghe della tunica bordata d'oro con una mano adorna di anelli, rivelando cos un prezioso amuleto d'argento e turchesi.
Lo splendore delle pietre e del metallo attir l'attenzione di Abdul che, senza smettere di dissertare sulle ingiustizie del mondo, di sottecchi osservava lo straniero domandandosi cosa facesse un uomo cos ricco nell'umile casa del caff di un miserabile sobborgo cittadino.
"Ecco l'uomo che vorrei essere" pensava. "Lui s che pu considerarsi felice e appagato, perch pu avere tutto ci che vuole. Vorrei essere come lui: indossare gli abiti pi raffinati e i gioielli pi costosi, e passeggiare invidiato da tutti lungo le strade del paese, comprando il cibo pi prelibato e le bevande pi gustose. Invece sono solo un poveraccio, senza nemmeno in tasca il denaro sufficiente a permettermi di consumare un misero pasto in questo sudicio caff".
Arriv mezzogiorno e con esso la fame che Abdul non poteva soddisfare. Perfino il cibo pi povero era infatti troppo costoso per lui.
Con invidia malcelata, guard lo straniero ordinare uno spuntino di fegato e cipolle cotti sul fuoco di carbone. L'aroma di quelle delizie era una tortura per l'affamato Abdul.
Lo straniero pag il pranzo con monete prelevate da un borsellino gonfio, mangi a saziet, poi con un gesto affabile invit Abdul e i suoi amici a servirsi di ci che restava nel piatto.
"Prego, accomodatevi" disse. "Dividiamo insieme questo pranzo".
Abdul e gli altri non se lo fecero ripetere due volte: si gettarono avidamente sul piatto come api sul miele.
"So cosa si prova nelle vostre condizioni" cominci a dire lo straniero "anch'io sono stato povero come voi, ma grazie alla tenacia e all'amore per l'avventura sono diventato molto ricco".
Tutti lo guardavano con le guance gonfie di cibo. Lo straniero prosegu: "I miei viaggi mi hanno portato in paesi lontani, dove ho visto cose indimenticabili. Ma, nonostante questo, provo nostalgia per la semplice esistenza che conducevo un tempo, e spesso visito luoghi come questo caff, dove posso incontrare persone come voi".
"Che cosa ci trovate nella nostra miseria?" esclam Abdul, per farsi notare. "Sono anni che vivo nella condizione pi miserabile che un uomo possa sopportare e sarei disposto a tutto pur di fare cambio con voi".
"Ho subito riconosciuto in te un giovane valoroso" disse lo straniero con un sorriso soddisfatto. "Se sei disposto a rischiare quanto affermi, io conosco un modo sicuro per aiutarti a cambiare la tua vita".
"Quale?" gli chiese Abdul, sovreccitato.
"Al centro del deserto c' una grotta. I nomadi dicono che essa contenga la chiave per tutte le ricchezze e la saggezza del mondo. I nomadi dicono anche che la via che conduce alla grotta  solitaria e terribile come un viaggio nella propria tomba, e che il tesoro  custodito da un'antica regina jin che si nutre di anime".
Queste parole intimorirono gli ascoltatori, che si allontanarono, eccetto Abdul.
Lo straniero avvicin il proprio viso al suo. "Queste storie di jin sono solo superstizioni. L'unica cosa che qui conta  il tesoro. Gioielli cos sontuosi che al loro confronto le gemme di un sultano sembrano pezzi di vetro; enormi montagne di monete d'oro; ornamenti splendidamente intagliati nei metalli pi preziosi accumulati contro le pareti della caverna. E tutto questo non aspetta altro che di essere conquistato da qualcuno abbastanza audace da farsi avanti".
"Dimmi, ti prego, dove si trova la grotta" lo supplic Abdul, accecato dall'avidit.
"Ti accompagner io stesso. Vieni insieme a me".
Abdul annu a quelle ultime parole dello straniero. Senza dargli il tempo di riflettere, il mercante affitt dei cammelli e i due uomini si misero in viaggio attraverso i boschetti di palme che crescevano sulle sponde dell'Eufrate.
Viaggiavano soli. Lo straniero assicur ad Abdul che l'amuleto che portava sotto la tunica era estremamente potente e che n i jin n le trib del deserto li avrebbero infastiditi. Poi il deserto fu davanti a loro, immobile, sterminato.
Risalirono il lato sottovento di una duna, uomini e cammelli sprofondando nella sabbia impietosa. ??? appena furono in cima, si fermarono.
Guardarono avanti, spingendo lo sguardo fino all'estrema linea dell'orizzonte: tutto quello che videro fu un'altra duna, e un'altra, e un'altra ancora, e oltre quelle altre mille.
Il cuore di Abdul ebbe un fremito d'inquietudine. Si sent perduto, in quell'infinita distesa gialla. Il suo misterioso compagno gli disse di non preoccuparsi, perch non stavano sbagliando strada. Proseguirono.
Abdul faceva attenzione a cogliere la presenza di spiriti maligni: uomini senza ombra, gatti che comparivano dal nulla, colonne di sabbia in movimento all'orizzonte, ma non vide nulla di tutto ci. Esistevano per segni pi sottili e nascosti, e Abdul non trascur neppure quelli. Nella sabbia turbinante del deserto, nelle brume che al mattino si levavano sopra le loro tende, nel radunarsi di stormi di gazzelle nere, vide la sciagura.
Un gufo si alz in volo mostrandogli il fianco sinistro e Abdul si sent invadere da un presentimento di morte. Oltrepassarono un luogo che sembrava partorito dall'inferno, dove pozze di bitume nero gorgogliavano minacciose.
Il sole lentamente cominci a calare a occidente, e la sabbia del deserto divent pi fredda.
Il cielo si dipinse del colore della porpora, mentre milioni di stelle allestivano il magnifico spettacolo della notte desertica e illuminavano i due uomini che scendevano dai loro cammelli e preparavano l'accampamento.
Abdul e il suo compagno consumarono un pasto frugale e, poco dopo, erano gi addormentati.
Abdul sogn fiamme e paludi e al suo risveglio cap che gli auspici erano tutti contro di lui.
Quando, dopo altre lunghe ore di viaggio, finalmente si decise a tornare indietro,
lo straniero gli indic una duna e annunci:
"Eccoci, siamo arrivati".
Sulla cresta della duna si ergeva un arco di pietre talmente pesanti che solo i jin potevano averle portate fin l. Abdul mormor alcune parole sacre per placare il male che sentiva aleggiare intorno. Tra le pietre si apriva una stretta breccia. Lentamente, Abdul si avvicin e sbirci nell'oscurit. Sotto i primi scalini ricoperti di sabbia si spalancava una voragine da cui si levava l'alito fetido della morte. Abdul mormor di nuovo parole sacre e
il vento del deserto spazz via quella sgradevole
sensazione. Si volse allora verso il
compagno e lo vide abbassare gli occhi e
cercare con le dita le pietre delle sue collane.
Di colpo, l'uomo e i cammelli scomparvero.
Abdul rimase solo.
E non ebbe altra scelta che andare incontro al proprio destino.
Mentre scendeva la scala, rammentava quello che sapeva dei jin, creature malvagie che se ne stavano acquattate nelle viscere della terra, cos cattive da fare a pezzi un uomo e seminare la morte in interi villaggi. Gradino dopo gradino, Abdul continu a scendere fino a che il buio non lo avvolse e, in fondo alla scala, la sua mano sfior il freddo metallo di una porta.
Un'arcana luminescenza proveniente da una fonte sconosciuta rivel un'iscrizione incisa nell'ottone: "Che colui che desidera entrare baci questa porta. Ricever pi tesori di quanti possa immaginarne e pi conoscenza di quanta possa esibirne".
Abdul sfior con le labbra il metallo gelido. Di colpo la porta si spalanc per rivelargli una sala inondata di luce verdastra, soprannaturale.
In un primo momento, Abdul not solo i preziosi tesori accatastati contro le pareti: monete d'oro e d'argento, vassoi dai ricchi intagli, coppe di filigrana, brocche tempestate di pietre preziose, perle lucenti.
Cominci a riempirsi le tasche di monete ma presto il tanfo della morte che riempiva la caverna gli disse che in quel luogo non c'erano solo tesori.
Dalle pareti pendevano cadaveri mossi dal vento che Filtrava dal corridoio. Alcuni erano gi scheletri e le loro ossa tintinnavano quando si urtavano.
Abdul indietreggi di un passo ma una voce irresistibile gli ordin di proseguire.
Al capo opposto della caverna, seduta su un mucchio di pietre preziose, la donna pi bella che avesse mai visto gli faceva cenno di avvicinarsi.
I lucidi capelli neri le ricadevano morbidamente sulle spalle, le labbra rosse si schiudevano ansiose, gli occhi scuri lo stregavano.
Un centimetro dopo l'altro, Abdul si fece avanti, e dimentic che solo una figlia della notte, una femmina jin, poteva abitare nel ventre della terra a guardia di una montagna di gioielli.
Lei lo chiam di nuovo e gli promise tutte le ricchezze del mondo, tutta la saggezza del mondo, se solo l'avesse abbracciata e baciata.
Gli tese le braccia bianche e tornite, inducendolo a dimenticare il tanfo di morte che gli riempiva le narici e i silenziosi testimoni appesi ai muri.
La carne della donna era viscida e i suoi capelli puzzavano di marcio ma Abdul la strinse a s con decisione.
Intorno a lui le gemme ammiccavano e l'oro scintillava. Smeraldi, rubini e brillanti lo circondavano da ogni parte.
Abdul premette le proprie labbra su quelle di lei, e lei gli si avvinghi con forza, insinuandogli la lingua nella bocca. Poi, in un impeto di vigore soprannaturale, morse quella di Abdul alla radice e la stacc, mentre l'uomo mugolava di dolore, lasciando al suo posto una cavit sanguinolenta.
In quella cavit la donna inser la propria lingua, che si attacc alla ferita aperta e appiccicosa e fece cessare lo zampillo di sangue che ne sgorgava.
Quando Abdul si ritrasse, la donna si accasci senza vita e la pelle si sciolse tramutandosi in una melma putrefatta che gocciolava sulle gemme, oscurandone la brillantezza.
Con gli occhi pieni di orrore, Abdul si allontan dalle ossa che spuntavano dal limo verde e vischioso. Dimentico della fortuna che lo attorniava, fugg da quel luogo di abominio.
Abdul sapeva che ormai era tutto finito. Aveva ingenuamente osato sfidare l'arcano potere dei jin, e quelle creature dannate lo stavano ora ripagando di tutta la sua presunzione e arroganza. Erano pari.
Per un attimo, Abdul cap che le atroci sofferenze che stava vivendo erano la giusta punizione per la sua miserabile e inutile vita, e quella consapevolezza provoc in lui uno strano senso di sollievo.
Desider di poter fermare il tempo, solo per sedersi sulla sabbia calda e guardare l'immensit del deserto, e non fare nient'altro, solo lasciarsi svanire in quell'infinito di silenzio e di luce.
I jin non glielo permisero: la loro maledizione si era conficcata in lui, viveva e cresceva in lui, e non lo avrebbe mai lasciato libero.
Una voce scatur dalla lingua che gli era stata incollata in bocca. "Fermati!" gli ordin. "Da questo momento, devi fare quello che ti dico. Solo cos potrai avere tutte le ricchezze che desideri. Altrimenti, sarai severamente punito".
Abdul apr la bocca per recitare una preghiera che allontanasse il male, ma non riusc a dire niente. Ogni sforzo si rivelava inutile e, alla fine, la sua bocca emise un unico suono: la stridula risata della donna a cui quella lingua era appartenuta.
Abdul usc barcollando dalla grotta e si incammin sulla sabbia bollente. Le monete che si era cacciato in tasca nell'euforia del primo momento tintinnavano come per farsi beffe di lui.
Di tanto in tanto la lingua sibilava un ordine, obbligandolo a voltare a destra o a sinistra. Lui obbediva, consapevole del destino che lo avrebbe atteso se si fosse rifiutato.
Dopo un po', vide un'oasi in lontananza. La lingua gli ordin di raggiungerla.
Al centro dell'oasi, c'era un pozzo. Accanto al pozzo, una brocca d'argilla. Abdul la riemp d'acqua, e con mani tremanti se la port alle labbra secche e bevve, ma non sent alcun sapore.
In preda alla disperazione, lasci cadere la brocca. La lingua gli ordin di riprendere il cammino.
Vicino a Basra, la terra diventava di nuovo verde. Boschetti di eucalipti, aranci e limoni profumavano l'aria e pi in alto ondeggiavano le fronde delle palme da datteri.
La lingua ordin ad Abdul d dirigersi al suk, tra i negozi che esibivano tutte le ricchezze del mondo: sete orientali che il sole arabo accendeva d mille sfumature, spezie rare e costose che promettevano delizie al palato, uccelli le cui melodie incantavano l'orecchio, tappeti intrecciati a creare disegni complessi, di cui ciascun filo era tinto dei colori pi intensi.
Abdul bram di possedere tutte quelle cose ma pi di tutto sent il bisogno di cibo. Aromi deliziosi lo condussero a un costoso ristorante.
La lingua gli disse di entrare e ordinare un pasto degno di un re. Ecco finalmente serviti i piatti che fino ad allora Abdul aveva solo sognato! Usignolo farcito e marinato in purpureo succo di melagrana; rso pilaf della miglior qualit cotto con mandorle; uva passa e zafferano dorato; tenere melanzane aromatizzate con coriandolo e chiodi di garofano; caff misto ad ambra macinata. Eppure quando Abdul assaggi quelle prelibatezze, scopr che non avevano alcun sapore, che non erano diverse dal semplice pane d'orzo che aveva mangiato fino ad allora.
Dopo un po', il profumo delle spezie e dell'acqua di rose, degli uccelli arrostiti e del cinnamono rischiarono di farlo impazzire, perch era del tutto incapace di goderne il profumo.
La lingua elogiava ogni piatto che veniva messo davanti ad Abdul, descrivendone il sapore in termini accattivanti, ma lui si riempiva il ventre e non provava alcun piacere.
Quando fu sazia, la lingua gli ordin di lasciare il suk e di inoltrarsi nei vicoli famigliari che portavano al suo quartiere.
niente era cambiato nella casa del caff. Come sempre, i suoi amici erano l a ingannare il tempo chiacchierando.
Quando videro Abdul gli chiesero se avesse trovato il tesoro e ridendo indicarono i suoi abiti sporchi e laceri, insinuando che il suo viaggio nel deserto non gli avesse recato alcun vantaggio.
Fu la lingua a rispondere per lui: "Tacete!" intim.
Gli amici per continuavano. Allora la lingua chiam per nome due degli uomini, Ibrahim e Ali.
"Ibrahim, guarda il braccio del tuo amico Ali. Vedi quei segni di gesso che lo ricoprono? non sei stato tu a intonacare la parete della tua camera da letto? E come potrebbe avere quei segni sul braccio se Ali non se li fosse fatti dormendo questa mattina nel tuo letto, con tua moglie?".
Constatando la verit di quelle parole, il marito estrasse infuriato un pugnale dalla cintura. Ali fece lo stesso e i due uomini si avventarono l'uno contro l'altro.
Un istante dopo giacevano entrambi a terra, morti, e il loro sangue inondava il pavimento del caff.
Tutti si voltarono verso Abdul con tono accusatorio. Temendo che la lingua potesse fare altri danni, lui fugg alla sua capanna. Vedendolo arrivare, la moglie corse fuori ad abbracciarlo e lui le tese le
braccia, felice di aver trovato finalmente rifugio.
La sua lingua non si tenne a freno e cominci a chiamare tutti i vicini. Quando questi arrivarono, pronunci contro la moglie la formula che consentiva a un uomo di sciogliere il matrimonio: "Io ti ripudio. Io ti ripudio. Io ti ripudio".
Impotente, Abdul guard sua moglie staccarsi da lui gemente d'angoscia. I vicini scossero la testa e alcuni sussurrarono che era di certo meglio per la moglie liberarsi di un tale uomo, che sembrava impazzito. Le sue labbra infatti parlavano con voce gaia, mentre i suoi occhi manifestavano solo orrore e sofferenza.
Nella capanna, il figlio di Abdul piangeva, terrorizzato dallo strano comportamento del padre e dalle lacrime della madre.
Abdul si chin sull'amato unico figlio, ma prima che potesse stringerlo a s e consolarlo, sent la lingua ordinare al piccolo di alzarsi e lasciare la casa.
"Esci da qui, piccolo bastardo!" si sent esclamare.
Oppresso da un orribile presentimento, Abdul lo insegu. La lingua ordin al bambino di correre fino a un pozzo vicino, e di salirci sopra. Vedendo che eseguiva l'ordine, Abdul si precipit da lui, e in quel momento la lingua emise un urlo lacerante e il bambino sussult, perse l'equilibrio e precipit nel pozzo, spezzandosi il collo. Abdul guard gi: suo figlio giaceva sul fondo, come una bambola rotta. Lacrime disperate gli bruciavano gli occhi e una smorfia di agonia contorceva il suo volto.
Inutilmente lo sfortunato Abdul tent di dare sfogo all'infelicit che dilagava nella sua anima. Nessun suono usciva infatti dalle sue labbra socchiuse.
La lingua gli ordin anzi di allontanarsi e lui obbed, seguito dalle urla di dolore della moglie. Si strapp i capelli e si lacer le vesti, seminando a terra le monete di cui ormai non gli importava pi nulla.
Da quel momento, Abdul non pens ad altro che a liberarsi della mostruosit che aveva messo radici nella sua bocca e distrutto la sua vita.
Pi e pi volte cerc di raggiungere i luoghi sacri della citt, dove avrebbe potuto esorcizzare la maledizione, ma ogni volta che si avvicinava a una moschea o a un tabernacolo la lingua gli si arricciava nella gola soffocandolo fino a quando non cambiava direzione.
Una notte, nei pressi del mercato allestito sulle sponde dell'Eufrate, la lingua cen con pesce alla griglia.
Mentre masticava quei deliziosi bocconi che per Abdul non avevano alcun sapore, egli vide un derviscio camminare sulla riva del fiume chino sul rosario.
Prima che la lingua potesse fermarlo, Abdul corse da lui e scrisse sulla sabbia un messaggio in cui lo pregava di recitare preghiere sacre per allontanare gli spiriti malvagi. Il santo derviscio guard il suo volto stravolto e lo accontent.
Quando prese a recitare le sacre parole, la lingua cominci a fremere e a sussultare nella bocca di Abdul con cos tanta violenza da scaraventarlo nelle acque scure del fiume.
La lingua vol fuori dalla bocca e, come una grassa anguilla nera, scomparve nella corrente.
Abdul vide quattro enormi pesci, le pinne che luccicavano nel chiaro di luna, puntare verso di lui. Privo della lingua,
non pot urlare quando le enormi mascelle si chiusero intorno al suo corpo.
Le creature fecero scempio di lui fino a quando il derviscio, accorgendosi del sangue che colorava di rosso l'acqua, si tuff per salvarlo. I pesci si allontanarono.
Il derviscio chiese aiuto ad alcuni pescatori che l vicino riparavano delle reti, e insieme lo trascinarono a riva, vicino al fuoco di un venditore ambulante.
Solo allora si accorsero con orrore che Abdul non aveva pi le gambe e le braccia.
Il ferito venne condotto da un medico, che cauterizz e fasci i moncherini.
Sconcertato dall'insolito silenzio del paziente, il medico gli guard in bocca e vide che non aveva la lingua.
Gli fu subito chiaro che il paziente aveva perso anche la ragione.
I suoi occhi erano vuoti e inespressivi e la sua bocca si muoveva continuamente, come un pesce boccheggiante, ma, priva della lingua, non pronunciava alcun suono.
Abdul venne nutrito e curato, e dopo alcuni mesi di riposo e convalescenza il medico dichiar che il paziente era guarito e che nient'altro poteva essere fatto per lui.
Dato che n parenti n amici si presentarono a reclamarlo, Abdul fu portato al mercato perch si guadagnasse da vivere mendicando.
Giorno dopo giorno, in tutte le stagioni e con qualunque tempo, Abdul sedeva appoggiato a un muro nel grande suk di Basra e tutti i tesori del mondo gli sfilavano davanti agli occhi.
Lui non bramava pi di possedere le belle porcellane cinesi, le spezie dell'India, l'avorio e la polvere d'oro dell'Africa, n le sete del Turkestan.
I passanti gli cacciavano in bocca pezzi di pane o datteri secchi. Chi era troppo povero per cedere un po' del proprio cibo, riempiva d'acqua la tazza che usava per mendicare e, una goccia dopo l'altra, la versava nella sua bocca.
I ricchi lasciavano ai suoi piedi monete e gioielli, ma Abdul non si curava pi del denaro e neppure rammentava come si facesse a spenderlo.
Alcuni mercanti tornati dall'Oriente gli donarono lapislazzuli che scintillavano come, tempo prima, avevano scintillato le perle blu del rosario dello straniero, ma Abdul era ormai immune al loro fascino.
E se qualche ricordo si ostinava a tormentarlo, non aveva la possibilit di raccontarlo a nessuno.
Con il passare del tempo, Abdul divenne noto in tutta la citt, e anche il califfo sent parlare di lui. Chiese allora che gli fosse raccontata la storia di Abdul e di come fosse giunto muto e senza braccia e gambe a prendere il suo posto al mercato.
Mand i suoi servi a indagare nel dedalo di vicoli e passaggi del suk e dei sobborghi. Dagli amici di Abdul essi seppero del misterioso straniero che aveva parlato di immensi tesori e della sua promessa di ricchezza e saggezza infinite.
Il califfo ordin allora che venisse affisso
sopra la testa di Abdul un cartello come
monito per tutti coloro che fossero stati
tentati, come lui, di impadronirsi dei tesori
dei jin.
Sul cartello erano scritte le sciagure di quel rottame umano: ecco un uomo, recitava, a cui i jin avevano promesso e concesso pi conoscenza di quanta ne potesse esibire e pi ricchezza di quanta ne potesse immaginare.


12. DEMONI DEL SOGNO.

Le trib dell'Australia conoscevano la stagione di ogni frutto, il canto di ogni uccello, la profondit di ogni pozzo. Sapevano anche che la loro terra custodiva terribili segreti e ospitava orribili creature che odiavano gli uomini.
Una di queste era Garkain, geloso guardiano della foresta di mangrovie che correva lungo la costa settentrionale dell'Australia. Bench pochi lo avessero visto, tutte le trib della regione lo temevano. Si diceva che vivesse solo, senza una compagna n un figlio, felice nella sua solitudine.
Garkain era grande come un uomo ma aveva ali di pipistrello che trasportavano il suo corpo massiccio da un albero all'altro. Se un bambino smarrito o un cacciatore coraggioso penetravano nel suo territorio, lui non esitava a ghermirli. Le sue ali
fruscianti avviluppavano la vittima che moriva soffocata dal fetore della sua carne mostruosa. Allora, Qarkain strappava a una a una le membra della sua preda e si ingozzava di carne cruda.
Se veniva ucciso da Garkain, lo spirito dello sfortunato era condannato a vagare per l'eternit tra gli alberi e le alte erbe della regione, incapace di trovare la via per l'antico luogo di riposo della sua trib.

 Il Serpente Myndie.
Esseri ancor pi strani di Garkain seminavano il male nell'outback australiano, il vasto deserto dove il sole incendia la sabbia rosso ruggine. Abbacinati dalla luce, gli abitanti di quelle zone selvagge sapevano di non potersi fidare delle immagini che di tanto in tanto gli comparivano innanzi. A volte, la sera, quando uomini, donne e bambini si radunavano intorno al fuoco, le colline sembravano farsi pi vicine. Allora i cantastorie raccontavano di un serpente lungo pi di quindici chilometri che scivolava sulla terra come una montagna in movimento. Era Myndie, il terribile strumento di Pundjil, creatore di tutto l'universo.
Chi trasgrediva alle leggi di Pundjil, tendeva timoroso l'orecchio alla voce sibilante di Myndie e quando udiva un fischio nel vento, capiva che era giunta la sua ora. Allora lasciava cadere lancia e scudo, abbandonava cani e figli e correva a nascondersi nel bush, ma non aveva via di scampo. Chi aveva peccato o violato un tab o era in qualunque modo incorso nell'ira di Pundjil, finiva sempre per essere scoperto. Il serpente vendicatore poteva vedere e sentire per un raggio di molti chilometri e a dispetto delle sue dimensioni si muoveva a una velocit impressionante.
Il destino delle sue vittime era sempre lo stesso. Accovacciate nei loro nascondigli, sentivano cadere gocce di pioggia bollente e, quando alzavano gli occhi, vedevano le sue mascelle velenose gocciolare. Poi pi nulla, perch il morso del Myndie era rapido e letale. Egli, compiuta la sua opera e con il ventre pieno, scivolava via, in attesa di essere convocato nuovamente dal suo signore Pundjil.
 
 Il Demone Cane
Quando i caldi venti soffiavano ululando sull'outback, a volte una terribile mutazione animava la sabbia. In un luogo isolato, una creatura dalle fattezze umane si sdraiava e attendeva che la sabbia la coprisse. Cos nascosta, dormiva finch la tempesta cessava, ma non appena il grido dell'averla maggiore penetrava l'aria, la crosta di sabbia che la copriva fremeva e si sbriciolava, rivelando un muso baffuto, una lunga lingua e mascelle da cui spuntavano enormi zanne. E allora si alzava Irrinja, il demone cane grande come la duna stessa, affamato di carne.
Durante una battuta di caccia, uno degli uomini volle continuare l'inseguimento della preda dopo che gli altri si erano accampati per la notte. Il cacciatore solitario segu le tracce della preda ma a un certo punto si accorse che intorno a lui c'era solo il silenzio. Torn di corsa al bivacco, dove trov soltanto un'enorme, orribile pozza di sangue.
Un soffio bollente gli bruci la spalla e voltandosi si trov a fissare gli occhi del demone. Irrinja si lanci, ma il cacciatore lo colp con il suo coltello, penetrando pelliccia e carne e squarciandogli la gola. Dall'enorme ferita, scivolavano fuori, ancora vive, le vittime del mostro.
Urlando, Irrinja si rifugi nell'oscurit del deserto. Corse lontano, prima su quattro zampe e poi su due, e, falcata dopo falcata, perse il pelo, le zanne e gli artigli incrostati di sangue. Di nuovo umano, arranc sulle dune finch non cadde. Ancora una volta, la sabbia torn a coprirlo, mentre Irrinja si riaddormentava, in attesa del grido dell'averla maggiore.

Il Whowie.
Le trib dell'Australia fluviale parlavano di un'epoca in cui i loro antenati erano tormentati da un ignoto distruttore. Giovani che non tornavano pi dalla foresta; madri che si svegliavano senza figlio al fianco; sentinelle trascinate via se solo chiudevano gli occhi per un istante.
Una squadra mandata a perlustrare le sponde di un fiume vicino si imbatt un giorno in alcune rocce sporche di sangue. Fu l che gli uomini videro il loro nemico che si crogiolava al sole. Lungo pi di venti metri, sembrava un'enorme lucertola a sei zampe. Il muso era impressionante e la bocca abbastanza larga da ingoiare un uomo in un solo boccone. Terrorizzati, gli uomini fuggirono.
Il mostro, che le trib battezzarono Whowie, colpiva sempre quando la vittima dormiva. Una notte penetr in un bivacco e divor tutti quelli che l erano radunati: sessanta in tutto. I cacciatori degli accampamenti vicini ne seguirono le tracce fino a una grotta sulla riva del fiume. Sapendo che dopo un simile banchetto il Whowie sarebbe stato pi lento e intontito, impilarono della legna all'imboccatura della grotta e vi appiccarono il fuoco per costringere il rettile a uscire. La terra trem quando il Whowie prese ad ansimare e tossire.
Non appena il bestione emerse dalla grotta, i cacciatori gli furono addosso e gli conficcarono le lance nei fianchi, percuotendogli la testa con le mazze. La vallata si riemp di ruggiti che andarono spegnendosi in un gorgoglio. Finalmente il Whowie era morto. Furono tuttavia necessari molti anni di piogge e vento per cancellare il sangue che macchiava il sentiero.


13. IL SEGRETO DEL GUARITORE.
 La morte aveva molto da fare sulle
colline imbiancate dal sole e sugli aridi altipiani dell'antica Spagna. Peste, brigantaggio, carestia e lotte furibonde che scoppiavano per avidit e passione esigevano il loro tributo.
La giustizia di sovrani e religiosi era spietata. Ladri ed eretici non avevano una seconda possibilit: imparavano la lezione in maniera definitiva, strangolati dalla garrotta o bruciati vivi da boia incappucciati.
A quei tempi, la Morte camminava nel mondo in forma umana, a volte con le sembianze di una donna.
I viaggiatori che si imbattevano in lei si facevano da parte e pregavano in silenzio che passasse senza toccarli.
Una storia racconta di un giorno in cui invece di passare oltre, la Morte indugi per trattare un affare.
Protagonista fu un povero contadino, leggermente alticcio dopo una notte di festeggiamenti: sua moglie aveva appena dato alla luce un figlio maschio.
Ebbro per il vino e per la gioia della paternit, l'uomo vagabondava per le montagne nei pressi della sua casa, meditando su come assicurare al figlio la vita migliore.
Sapeva che l'unico modo per una persona di umili origini di farsi strada nel mondo era procurarsi un potente protettore.
L'uomo decise di trovare un padrino che restasse unito al figlio da legami non meno forti di quelli di sangue, e gli garantisse aiuto e sostegno.
Stava percorrendo un angusto sentiero di montagna quando un'enorme figura avvolta in un mantello gli blocc il passaggio.
Nell'intravedere il pallore di un teschio ghignante tra le ombre del cappuccio, il contadino cap di trovarsi di fronte alla Morte. Con il cuore in gola le chiese: "Sei venuta a prendere la mia vita?".
"La tua ora non  ancora giunta" rispose la Morte. "Ti ho voluto incontrare perch voglio essere la madrina di tuo figlio".
Qualcosa nel tono delle parole della Morte calm i timori dell'uomo, che riflett sulla proposta. Era, pens, senz'altro vantaggiosa.
Nessuno poteva sfuggire ai giudizi della Grande Mietitrice, ed essa era universalmente rispettata da tutti.
Insomma, avere come madrina del proprio figlio, e di conseguenza come propria alleata, una figura cos potente, non
potva essere che un bene per suo figlio e per tutta la sua famiglia.
"Accetto" disse infine, guardandola nel vuoto delle orbite, e la invit a presentarsi al battesimo, fissato per la settimana successiva.
"non ti pentirai di questa decisione" concluse la Morte. "Tuo figlio avr molte ricchezze e potere". Quindi svan.
Con la voce della Morte che ancora gli risuonava nelle orecchie, il contadino torn precipitosamente a casa per riferire l'accaduto.
Fino al giorno del battesimo, i vicini non parlarono d'altro, e inutilmente il sacerdote che doveva celebrare l'evento tent di sottrarsi al proprio compito.
All'ora stabilita, la sagoma ineffabile della Morte fece la sua comparsa in chiesa e con incedere solenne avanz tra la congregazione che stupefatta e ammutolita la guardava camminare lungo il pavimento consacrato.
Al termine della cerimonia, consegn al padre del battezzato una borsa piena d'oro e annunci: "Torner quando tuo figlio avr compiuto ventanni". Sotto lo sguardo sbigottito di uomini e donne, tese la mano scheletrica e sfior delicatamente la fronte del piccolo, quindi svan.
Il bambino crebbe sano e forte e l'oro della Morte fece s che alla famiglia non mancasse mai nulla. Tutti aspettavano con trepidazione il giorno del suo ritorno. Quando il ragazzo ebbe compiuto ventanni, la famiglia organizz una festa.
A mezzanotte in punto, un vento freddo spalanc la porta e comparve la Morte.
Augur al figlioccio ogni felicit e, da vera madrina, si disse felice nel vederlo cos bello e in salute. Poi lo condusse in un'altra stanza.
Quando furono soli, la Morte estrasse dalle pieghe del sudario che la copriva un vaso di coccio in cui cresceva una pianta che il giovane non aveva mai visto prima, le foglie erano di un colore livido e minuscoli fori bianchi simili a teschi punteggiavano il suo fusto emanando un odore lieve che il ragazzo non riusc a riconoscere.
La Morte gli spieg che si trattava di un'erba dai poteri soprannaturali, che avrebbe fatto di lui il medico pi ricco e richiesto di Spagna.
"Ogni volta che ti recherai da un ammalato" gli disse "dovrai guardare le due sponde del letto. Se mi vedrai accanto alla testa del letto, dovrai usare un ramoscello dell'erba magica e miscelarlo in un'infusione: la pozione lo far guarire. Se per ti capiter di vedermi ai piedi del letto saprai che il paziente sar condannato e per nessuna ragione al mondo dovrai tentare di cambiare il suo destino ricorrendo all'erba medica".
Assicur poi al giovane che la pianta si sarebbe mantenuta sempre fresca e verde e che nessuno a parte lui avrebbe mai potuto vederla.
"Mi raccomando" gli ricord. "Non usare mai l'erba di cui ti ho fatto dono quando mi vedrai comparire ai piedi del letto dell'ammalato. Se non obbedirai a questo unico ordine, non potr fare altro che trarre le dovute e inevitabili conseguenze".
Quindi gli pos le dita gelide sulla spalla e, come le altre volte, svan.
Con il tempo, tutte le promesse della Morte si avverarono. Il giovane cur prima un vicino, poi un sacerdote, un ricco mercante, un avvocato e infine un duca. La notizia della sua
abilit si diffuse sempre di pi, finch l'intera Spagna non
risuon dell'eco della sua fama. Nessuno sapeva dove avesse
studiato, n chi fossero stati i suoi maestri; non citava mai
Ippocrate o Galeno, non utilizzava nessuno dei rimedi consueti ma
sarebbe stato impossibile dubitare della sua superiorit sui
colleghi pi anziani e meglio qualificati, perch quando prendeva
in cura un ammalato questi invariabilmente guariva in tre giorni.
Non meno impressionante era il fatto che tutti i pazienti da lui rifiutati morivano di l a poco. Vederlo distogliere lo sguardo dal letto di un ammalato significava quasi toccare il freddo marmo della tomba.
Con simili credenziali, ben presto il giovane divenne il medico pi ricercato del regno. Era lui a stabilire onorario e parcelle, e le sue origini contadine vennero dimenticate a mano a mano che veniva accettato come studioso e gentiluomo in tutte le grandi case di Spagna.
Arriv il giorno in cui venne chiamato al capezzale del re morente. Costui era stato un monarca giusto e misericordioso e la sua scomparsa sarebbe stata sinceramente pianta; sfortunatamente, non aveva figli maschi e gli succedeva un nipote, uomo crudele e corrotto, il cui regno non avrebbe portato altro che sciagure.
A palazzo, il medico fu accolto dalla figlia del re, che lo supplic di fare tutto il possibile per salvare la vita del padre. Il giovane non rimase indifferente alla bellezza della principessa n al fiducioso candore del suo sguardo.
Sperando di vedere la sua madrina vicino alla testa del letto, si affrett negli appartamenti reali. Il re giaceva sul talamo, emaciato in volto e immobile come l'effigie su una tomba.
Il medico lo guard e vide ombre vuote che fluttuavano intorno alla testiera; ai piedi del letto stava invece la forma scura della Morte.
Profondamente deluso, il medico dedic parecchi minuti a un'inutile visita. Quando apr la bocca per spiegare che il re stava per morire, si sent per promettere: "Guarir". E gli somministr l'erba curativa.
Il giovane figlioccio della morte sapeva che cos facendo sarebbe incorso nell'ira feroce della terribile madrina ma, nonostante questo, non si pent del proprio gesto. Sentiva crescere nel suo cuore una fortissima passione per la figlia del re, una passione cos grande che neppure la paura della Morte riusciva a ostacolare.
Quel giorno, la paura lo indusse a rimandare il pi possibile il ritorno a casa e gi imbruniva quando, con il cuore pesante, rientr nel suo alloggio.
A lungo vag da una stanza all'altra, accompagnato dall'eco dei suoi passi, prima di raggiungere il suo studio. L, fremente di collera, lo attendeva la Morte.
Il figlioccio cerc di placarne l'ira affermando di aver disobbedito contro la propria volont: era stata la piet per la principessa e l'ansia per la sorte del paese ad avere la meglio sul buon senso. Dopo qualche istante di riflessione, la Morte dichiar: "Per questa volta, e solo per questa volta, ti perdono. So che non hai agito spinto dall'egoismo. Se per oserai disobbedire ancora, per te non ci sar misericordia".
Il giovane non parl a nessuno di quello che era accaduto.
Trascorsero due anni felici.
Il figlioccio della Morte era diventato il medico personale del re e uno dei sui pi fidati consiglieri.
La sua ricchezza e il suo potere eclissavano quelli di tutti i grandi di corte, ma la sua gioia pi grande era l'amore per la principessa.
Il re aveva fatto capire con chiarezza che a dispetto delle sue umili origini non avrebbe assolutamente impedito alla figlia di sposarlo.
Poi, senza alcun preavviso, un'ombra cadde sulla felicit dei due giovani.
Una sera la principessa si sent poco bene ma il fidanzato venne a saperlo solo l'indomani, quando come sempre si present a porgerle i suoi rispetti.
Una cameriera gli disse che la principessa era stata messa a letto dopo cena, perch si lamentava di sentir freddo, ma non aveva permesso a nessuno di chiamarlo: aveva detto che non c'era ragione di disturbarlo per quel leggero malessere. Con il passare delle ore le sue condizioni si erano per rapidamente aggravate.
Il medico spinse da una parte la cameriera ed entr. Con il cuore gonfio di dolore alz gli occhi e, come gi aveva presentito, incontr lo sguardo vacuo della Morte, ferma ai piedi del letto. Non la guard pi e confort la fidanzata.
Chino sulla sua guancia, le mormor: "Eccomi, amore mio, sono qui vicino a te, ora non hai pi nulla da temere. Guarirai presto". La ragazza sorrise.
Il giovane non aveva dimenticato l'ammonimento della madrina, ma scacci ugualmente i propri timori. La sola cosa che gli importava in questo momento era la salvezza della sua amata.
Corse a casa per prendere l'erba ma nello studio trov la Morte che, in piedi davanti al camino, stava strappando le foglie dalla pianta e le riduceva in minuti frammenti che gettava nel fuoco.
 Il vaso di coccio giaceva rotto ai suoi piedi.
"Seguimi" gli disse.
Senza sapere come, il giovane viaggi a fianco della Morte attraverso montagne, pianure e fiumi, fino a raggiungere una valle desolata, ingombra di pietre e ossa.
La Morte si ferm all'imboccatura buia di un'enorme grotta e gli fece cenno di seguirla all'interno.
Il pavimento della caverna si stendeva fin dove si poteva spingere l'occhio e sopra di esso ardevano milioni di candele, alcune ancora alte, altre quasi del tutto consumate.
"Ognuna di queste candele" disse la Morte " una vita umana. Le pi alte sono quelle dei bambini appena nati, a cui spettano ancora molti anni da vivere; le medie sono delle persone nel fiore della vita; le pi corte appartengono ad anziani e ammalati".
La Morte si era fermata accanto a una fiamma che languiva, sul punto di estinguersi. La voce tremante trad un brivido nel cuore del giovane, che chiese: "A chi appartiene quella?" e ricevette la risposta che gi conosceva: era la candela della sua amata principessa, che nessuna forza avrebbe potuto mantenere in vita.
Vicino a quella, ardeva un'altra fiamma, pi forte e vivida.
"La tua" disse la Morte. "Dici che non puoi vivere senza di lei. Ebbene, che il mio sia un dono e non un castigo".
Con un gelido soffio, spense entrambe le candele.
Il medico cadde inerte ai suoi piedi e, lontano, nella capitale, una campana cominci a suonare rintocchi di morte.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Si i ringraziano le seguenti persone e istituzioni: Tony Allan, Londra; Gay Andrews, Londra; Lesley Coleman, Londra; Fergus Fleming, Londra; John Qaisford, Londra; Avril Hart, Victoria and Albert Museum, Londra; Ann House, Canada House, Londra; Elizabeth Ketchum, Canada House, Londra;JackieMatthews,
Londra; Ann Matanson, Roma; Venetia Newall, Londra; Aagot Moss, Norks Folkemuseum, Oslo; Robin Olson, Londra; Paul Smith, Doncaster, Inghilterra; Naomi Tarrant, Royal Scottish Museum, Edimburgo; Deborah Thompson, Londra; Linda Woo-ley, Victoria and Albert Museum, Londra.
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FINE.